I massoni scoprono il genere (umano). Sul Convegno ‘Violenza di genere’ organizzato dalla massoneria catanese il 21/03/2015

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eyes3Se massoneria e genere sembrano una strana accoppiata, è perché, come ci avverte un loro membro onorario di sesso femminile, “spesso si ha una visione distorta legata a stereotipi”. Se le donne sono escluse dal Tempio è solo perché loro sono “tradizionalisti, ma non nel senso di reazionari”. Lasciamoci dietro, dunque, quei luoghi comuni mistificanti alla Eyes Wide Shut: i massoni oggi sono degli imprenditori che fanno tanta beneficienza, senza pubblicità. Come loro stessi dichiarano, ormai “i liberi muratori sono usciti dalle catacombe e con orgoglio costruiscono strade di incontro e azioni responsabili nella società”. In quanto benefattori, il 21 marzo a Catania, in una prestigiosa biblioteca storica, hanno scelto un oggetto nuovo per la loro beneficienza: le donne.

La locandina che annuncia il Convegno, con un dipinto di un artista locale, raffigura una mostruosa piovra gigante nell’atto di stritolare, con uno dei suoi tentacoli, una donna accasciata a terra (chissà se l’analogia col tentacle erotica giapponese è riferimento occulto o sfortunata casualità).

Il sottotitolo del Convegno è: “parole di una questione femminile”.

In sintesi: la violenza sulle donne viene cancellata come tema di lotta femminista e trasformata in un’occasione per diffondere un discorso assistenzialista-buonista, liberal-borghese, che produce ‘vittimità’ – il femminile come categoria debole bisognosa di soccorso e carità dall’alto. In modo più esplicito rispetto a quella prodotta, sempre a Catania, da certe non-femministe per vendere cd, anche questa costruzione discorsiva del femminile sarà utile a non intaccare, e al contrario a sostenere, strutture e rapporti di potere esistenti.

Le cause della violenza, guarda caso, sono ridotte a una non meglio precisata ‘mancanza di cultura’ o a un neutro problema di ‘rapporti Umani’. E infatti, con un’audace ri-semantizzazione del termine ‘genere’ che diventa ‘genere Umano’, sin dall’inizio prevale un’ossessiva retorica dell’Umanesimo, quella del maschile universale neutro: libertà, rispetto, cultura. Insomma, i valori dell’Uomo. Ovvero, com’è scappato di bocca all’ultimo relatore: “Uomo anche in senso ampio”. Che comprende, in fondo in fondo, anche la donna. Però, senza esagerare: lo stesso massone, intervistato qui, auspica campagne di sensibilizzazione nelle scuole “a favore del genere umano, non solo del genere femminile!”

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C’era in effetti una gran maggioranza di “genere umano” tra il pubblico: età media 50-60 anni, abbigliamento formale, qualche spilletta sul bavero. Baci, braccia intorno alle spalle, chiacchiere all’orecchio, un tripudio di omosocialità. Mai visti tanti maschi insieme a un evento con la parola “genere” – neanche al gay pride.

Saluti delle istituzioni: un assessore (del PdCI) porta i saluti del Sindaco Bianco e ci rassicura su quanto l’Amministrazione sia sensibile al problema: ha già adottato un provvedimento sulla censura delle pubblicità sessiste che, a suo avviso, sono legate alla violenza e alla ‘volgarità’. Non una parola sui finanziamenti ai centri antiviolenza, il grande convitato di pietra del Convegno.

L’ospite invitata da fuori, la giornalista Cristina Obber, in questo contesto pareva, suo malgrado, la reincarnazione di Valerie Solanas: ha pronunciato, tra la costernazione generale, parole tabù: “potere”, “femminicidio” e “valorizzare i centri anti-violenza”. L’evento, peraltro, non prevedeva dibattito e gli unici interventi erano ‘programmati’ come da locandina.

Dopo che la moderatrice massonica ci ha riportato il contenuto della Treccani (sic) alla voce ‘genere’, e ci ha informate che “spesso le donne non vengono uccise dall’orco, ma dal marito”, ci ha consigliato di “andare oltre la nostra appartenenza al sesso-Uomo o al sesso-Donna perché il dolore appartiene a ognuno di noi”.

Ma di dolore, in particolare di martirio femminile, ne sa anche di più l’altro ospite, autore di un libro appena uscito (venduto all’entrata) che racconta aneddoti tragici, non sempre collegati alla violenza di genere (infatti parliamo del genere umano), di donne discriminate, torturate o uccise in tutto il mondo. Per esempio l’assassinio della giornalista russa Politkovskaya che l’autore vuole vedere come quello di “una mamma normale che fa la spesa”. C’è anche un tocco di retorica neoimperialista, con le storie (di per sé interessanti) di spose bambine costrette a matrimoni forzati in Iraq e in Afghanistan. L’interesse da parte maschile per questi argomenti viene definito “sensibilità”.

E’ poi la volta del massone armiere che lamenta “la grandissima difficoltà a relazionarsi con l’altro in una dimensione Umana”. Il problema infatti è che “quando viene meno il dialogo, allora si manifesta la violenza” (se non lo sa lui che vende pistole…). La soluzione? “Una forte carica di Umanità è la medicina di cui ha bisogno questa nostra società malata!” Qui il video (dal min. 1,30).

Rari lampi di luce si accendono a sorpresa con un paio di relatori, un medico che critica la distinzione tra ‘donne per bene’ e ‘donne per male’, e un altro che tenta di spiegare che genere non equivale a donne, tra gli sguardi smarriti degli altri relatori.

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A conclusione, ben due interventi di massoni ci svelano un misterioso segreto alchemico: “non esiste un’altra metà del cielo, il cielo è uno solo… sono Sole e Luna che sono diversi ma si compenetrano, poiché l’uno è necessario all’altro”.

Viva l’Uomo! (anche in senso ampio…)

Le NON-femministe amiche di Carmen Consoli: la retorica rosa dell”universo femminile’ contro le lotte femministe

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Mi dispiace per i/le fan di Carmen Consoli, ma ecco un esempio di de-politicizzazione, strumentalizzazione e marketing spudorato della violenza sulle donne: il progetto musicale delle Malmaritate, artiste catanesi, sponsorizzato dalla “cantantessa” etnea. Tengono concerti l’8 marzo e hanno fatto uscire il loro album il 25 novembre, parlano di violenza domestica, di “voler dare voce alle donne”. La copertina del cd ritrae una donna velata dagli occhi seducenti prigioniera dietro una grata. Ma attenzione…! In ogni intervista che rilasciano, ci tengono a precisare che “NON è un progetto femminista“, “NON c’è femminismo in questo… ma una grande autostima, reale” (sic), come si legge qui. Ancora, in un articolo sul quotidiano La Sicilia del 26 novembre 2014 la produttrice dell’album, Elena Guerriero, dichiara che il messaggio che vogliono lanciare “NON è femminista” ma: “E’ un viaggio tra i meravigliosi ma anche tortuosi percorsi dell’universo femminile, durante il quale confideranno al pubblico i loro più intimi segreti e sogni“.

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femministe italiane negli anni ’70

 Tutto questo sbracciarsi per dissociarsi dalla parola “femminista” è in effetti coerente – non si sa quanto consapevolmente – con lo sfruttamento in senso consumista-neoliberale di un argomento tanto “di moda”, la violenza sulle donne, e di una data, il 25 novembre, di cui sarebbe bene andarsi a ripassare la storia e il senso. Che iniziative come queste ribaltano del tutto.

Ricordo alle artiste impegnate a viaggiare nell”universo femminile”, che la commemorazione del 25 novembre:

ha avuto origine nel 1980, durante il primo Incontro Internazionale Femminista, celebrato in Colombia, quando la Repubblica Dominicana propose questa data in onore delle tre sorelle dominicane Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, uccise il 25 novembre 1960 in un agguato filo-governativo mentre andavano a trovare i mariti, detenuti politici, in carcere.

Le sorelle Mirabal furono uccise dal servizio di informazione militare perché dissidenti del regime del dittatore Trujillo. Il resto della storia e illuminanti considerazioni qui.

Prima che mi si faccia l’ovvia obiezione: no, non c’è assolutamente nulla di male nel dichiararsi non femministe. Però queste persone scelgono appositamente il 25 novembre e il tema della violenza sulle donne, lo usano per incentrarvi tutto il loro progetto, per scriverci canzoni e vendere dischi. E non è che magari tacciono sul femminismo, che già sarebbe intellettualmente disonesto. No, ci tengono proprio a nominarlo, a chiamarlo in causa, per dissociarsene. Resta il fatto innegabile che il tema del loro progetto è (o era, prima di essere fagocitato da altre forze) una specifica questione femminista, che esiste grazie al femminismo.

goliarda sapienza

Vista questa premessa, cioè l’intenzionale disconoscimento delle lotte femministe, appare altrettanto sospetta la (prevedibile) appropriazione, sempre da parte di questo progetto musicale (come si suol dire “al” femminile), della figura di Goliarda Sapienza la cui scrittura – forse non lo sanno – all’estero è oggetto di convegni internazionali organizzati da studiose femministe e che in Italia e in Sicilia fa tanto colore locale donnesco. Per fortuna ci sono a Catania gruppi femministi come Le Voltapagina che, auto-organizzate e auto-finanziate, hanno contrastato l’assordante silenzio istituzionale del Comune, collocando una targa con il nome di Goliarda Sapienza in una piazzetta del suo quartiere di San Berillo, il 25 novembre. Facendo un’orgogliosa azione di politica FEMMINISTA. Come si legge qui.

 Auto-definirsi è una questione di libertà, ma vuol dire anche dichiarare il proprio posizionamento politico: ovvio che ognuna si definisca come meglio crede. Le Malmaritate non sono femministe. E si vede. La retorica dell’universo femminile, dell’altra metà del cielo, del colore rosa fa parte di discorsi normativi, di dispositivi di potere che servono solo a rafforzare lo status quo.

Malmaritate

immagine tratta da siciliainrosa.it – articolo “Il segreto delle Malmaritate” 10/12/14

A ciò è funzionale anche l’iconografia scelta: l’ennesima, patinata, estetizzazione della vittima, qui pure con tocco orientalista e neocolonialista. Non a caso rilanciata da certo giornalismo rosa (il “magazine delle donne siciliane” Sicilia in rosa) che descrive la figura “misteriosa e intrigante” della copertina delle Malmaritate come:

“donna prigioniera di un destino funesto che nient’altro può fare se non cantare le sue pene”.

Perfetta produzione della “vittimità” – il femminile associato a fatalismo e vittimismo, vittima eterna – una produzione discorsiva della categoria “donna” sulla quale occorre chiedersi: a chi serve? a quali politiche istituzionali è funzionale?

Queste sono le operazioni ideologiche che si fanno con l’istituzionalizzazione e la commercializzazione della violenza sulle donne – operazioni mistificanti, che tante persone, donne e uomini, con buonissime intenzioni, probabilmente non noteranno, distratte dalla “bontà della causa”… Invece queste operazioni (e ce ne sono state tante il 25 novembre) vanno smontate e denunciate.

Sarebbe interessante chiedere alle Malmaritate di cosa hanno paura e che cosa le disturbi tanto nel termine femminista. Forse intendevano dissociarsi dalla visione stereotipata e volutamente distorta che certun* fanno circolare del femminismo (odio per gli uomini, sete di potere di donne rampanti, o isteriche, o brutte e pelose, che non fanno abbastanza sesso…)? Sarebbe cioè, il discorso antifemminista della recente campagna statunitense “womenagaistfeminism“? Forse avevano paura che il loro cd associato a questa brutta parola non vendesse?

Non è dato saperlo, magari incarichiamo Samanta Cristoforetti di chiederglielo, se le dovesse incontrare lassù, nello spazio, nell’“universo femminile”. Quaggiù intanto le lotte femministe vengono delegittimate, le donne muoiono ammazzate e si fa marketing sulla loro pelle.

N.B.: ringrazio per le notizie e lo scambio di idee la giornalista Claudia Campese di Meridionews, “Le Voltapagina” Sara Catania Fichera, Manuela Fisichella e Clotilde Pecora Caruso e il blog incrocidegeneri.