il donnismo imperversa, il femminismo queer resiste: la retorica del rosa nell’Italia che reprime il dissenso

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Nello stesso giorno in cui le Collettive Femministe Queer vengono cacciate dal MilanoPride, insultate e spintonate in malo modo dai partecipanti stessi e allontanate dalla DIGOS con la benedizione del sindaco Sala, al grido di ‘questa è la Milano che voglio’, la nazional-cantantessa Carmen Consoli, in un’intervista sull’Huffington Post (25/06/2016) intitolata Le donne devono comandare perché su cummannere, proclama: “Se dovessi tornare nel Medioevo … probabilmente finirei su un palo bruciata”.
i am a feminist witch

Malgrado non sia subito evidente, c’è una relazione tra questi due fatti. Mentre il femminismo queer e ogni controdiscorso critico vengono zittiti, la potente retorica del DONNISMO imperversa, si appropria dell’immaginario delle lotte del femminismo storico e lo svuota di significati politici: al contempo invisibilizza il termine “femminismo” (evitato come la peste da Consoli, che nel Medioevo più che strega sarebbe stata la madre cumannera dell’Inquisitore), oppure ne manipola il significato appropriandosi del significante (il giornalista Feltri, vedi sotto).

Il donnismo di Carmen Consoli (Huffington Post)soldatessa

Legittimata dai media, Consoli prende la parola, come spesso fa, per parlare di donne – chi meglio di lei, che si presenta con il suffisso rosa “cantantessa“, che fa tanto, ma tanto Donna? (dibattito sul linguaggio non sessista degli ultimi vent’anni in Italia, non pervenuto).

Nell’intervista sull’Huffington, in mezzo ad alcune sue affermazioni del tutto ragionevoli (per es. che le donne non vadano giudicate in quanto donne, salvo farlo lei stessa due righe dopo) spiccano alcune perle rosa:

– “Dobbiamo smettere di lottare per emanciparci perché siamo già emancipate”

– “Sono donna e comando perché sugnu cumannera” [in dialetto catanese, donna AUTORITARIA, la “matriarca” mediterranea che comanda su marito e figl*]. Orgogliosa di questo bel modello femminile, chiama poi le neo-sindache di Roma e Torino “queste signorine”.

– Di violenza sulle donne, poi, “sui giornali e in televisione se ne parla in maniera eccessiva” – invece, ci informa Consoli, occorre più “cultura”, poiché “l’arte… salva il mondo”. In altre parole, la retorica liberal-vittimista delle sue canzoni, impegnate su questo tema, ci eleva moralmente in funzione salvifica (e, incidentalmente, le fa vendere dischi, così come alle sue amiche Malmaritate, che si affannano a dichiararsi non femministe, mentre cantano delle povere donne uccise, di cui si è già detto qui).

Quest’amena accozzaglia di concetti confusi sarebbe solo da ignorare, se non fosse che alimenta il discorso pubblico mirato a depoliticizzare e delegittimare il femminismo per sostituirlo col donnismo – eredità del pensiero della differenza anni ’80 in versione divulgativa, rivisitato in salsa snoq neoliberista attraverso la retorica del rosa istituzionale.

M. Feltri confonde femmina con femminismo (La Stampa)

smash patriarchy anarchyA conferma della crescente visibilità del discorso donnista in Italia basti guardare alla manipolazione del termine “femminismo” operata dal giornalista Mattia Feltri su La Stampa, il quale ha intitolato il suo delirio articolo sull’elezione di Raggi (7/06/2016) Se Roma si scopre femminista. In questa confusione tutta italica tra “FEMMINA” e “FEMMINISTA” su un’autorevole testata nazionale sono gettati alla rinfusa termini quali “truppa virile”, “maschietti”, “femmina” e “patriarcato” (a proposito di patriarcato, il giornalista è il figlio di Vittorio Feltri).

Tutt* noi – donne, uomini, cis e trans, di qualunque orientamento sessuale – che ci riconosciamo in una qualche forma di lotta politica intersezionale legata alla parola incandescente femminismo dovremmo riflettere sulla progressiva erosione del termine, cooptato nella retorica del rosa da uomini e donne nel discorso mainstream italiano.

Reclaim feminism!

Se queste sono le dinamiche del discorso pubblico – e se questo è il livello della repressione, anche violenta, di ogni dissenso e controdiscorso prodotto da “soggetti eccentrici” – sarà sempre più difficile, e quindi più necessario, affermare l’esistenza di una pluralità di femminismi, e lottare per un femminismo queer antifascista, anticapitalista, antirazzista, antispecista, critico di ogni eteropatriarcato e omonormatività.

witch e goatNoi siamo le streghe medievali e moderne sul sangue delle quali, come scrive Libera Voler, “si è firmato il patto tra il patriarcato e il capitalismo che ancora oggi chiamiamo società. State sicuri che siamo ancora incazzate e che stanotte o un’altra vi verremo a prendere”.

Solidarietà al femminismo queer di chi è stata cacciata dal corteo al MilanoPride, perché crea turbolenza, dis-turba, fa paura.

Try again, Fail again, Fail Better.

milano pride

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Le NON-femministe amiche di Carmen Consoli: la retorica rosa dell”universo femminile’ contro le lotte femministe

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Mi dispiace per i/le fan di Carmen Consoli, ma ecco un esempio di de-politicizzazione, strumentalizzazione e marketing spudorato della violenza sulle donne: il progetto musicale delle Malmaritate, artiste catanesi, sponsorizzato dalla “cantantessa” etnea. Tengono concerti l’8 marzo e hanno fatto uscire il loro album il 25 novembre, parlano di violenza domestica, di “voler dare voce alle donne”. La copertina del cd ritrae una donna velata dagli occhi seducenti prigioniera dietro una grata. Ma attenzione…! In ogni intervista che rilasciano, ci tengono a precisare che “NON è un progetto femminista“, “NON c’è femminismo in questo… ma una grande autostima, reale” (sic), come si legge qui. Ancora, in un articolo sul quotidiano La Sicilia del 26 novembre 2014 la produttrice dell’album, Elena Guerriero, dichiara che il messaggio che vogliono lanciare “NON è femminista” ma: “E’ un viaggio tra i meravigliosi ma anche tortuosi percorsi dell’universo femminile, durante il quale confideranno al pubblico i loro più intimi segreti e sogni“.

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femministe italiane negli anni ’70

 Tutto questo sbracciarsi per dissociarsi dalla parola “femminista” è in effetti coerente – non si sa quanto consapevolmente – con lo sfruttamento in senso consumista-neoliberale di un argomento tanto “di moda”, la violenza sulle donne, e di una data, il 25 novembre, di cui sarebbe bene andarsi a ripassare la storia e il senso. Che iniziative come queste ribaltano del tutto.

Ricordo alle artiste impegnate a viaggiare nell”universo femminile”, che la commemorazione del 25 novembre:

ha avuto origine nel 1980, durante il primo Incontro Internazionale Femminista, celebrato in Colombia, quando la Repubblica Dominicana propose questa data in onore delle tre sorelle dominicane Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, uccise il 25 novembre 1960 in un agguato filo-governativo mentre andavano a trovare i mariti, detenuti politici, in carcere.

Le sorelle Mirabal furono uccise dal servizio di informazione militare perché dissidenti del regime del dittatore Trujillo. Il resto della storia e illuminanti considerazioni qui.

Prima che mi si faccia l’ovvia obiezione: no, non c’è assolutamente nulla di male nel dichiararsi non femministe. Però queste persone scelgono appositamente il 25 novembre e il tema della violenza sulle donne, lo usano per incentrarvi tutto il loro progetto, per scriverci canzoni e vendere dischi. E non è che magari tacciono sul femminismo, che già sarebbe intellettualmente disonesto. No, ci tengono proprio a nominarlo, a chiamarlo in causa, per dissociarsene. Resta il fatto innegabile che il tema del loro progetto è (o era, prima di essere fagocitato da altre forze) una specifica questione femminista, che esiste grazie al femminismo.

goliarda sapienza

Vista questa premessa, cioè l’intenzionale disconoscimento delle lotte femministe, appare altrettanto sospetta la (prevedibile) appropriazione, sempre da parte di questo progetto musicale (come si suol dire “al” femminile), della figura di Goliarda Sapienza la cui scrittura – forse non lo sanno – all’estero è oggetto di convegni internazionali organizzati da studiose femministe e che in Italia e in Sicilia fa tanto colore locale donnesco. Per fortuna ci sono a Catania gruppi femministi come Le Voltapagina che, auto-organizzate e auto-finanziate, hanno contrastato l’assordante silenzio istituzionale del Comune, collocando una targa con il nome di Goliarda Sapienza in una piazzetta del suo quartiere di San Berillo, il 25 novembre. Facendo un’orgogliosa azione di politica FEMMINISTA. Come si legge qui.

 Auto-definirsi è una questione di libertà, ma vuol dire anche dichiarare il proprio posizionamento politico: ovvio che ognuna si definisca come meglio crede. Le Malmaritate non sono femministe. E si vede. La retorica dell’universo femminile, dell’altra metà del cielo, del colore rosa fa parte di discorsi normativi, di dispositivi di potere che servono solo a rafforzare lo status quo.

Malmaritate

immagine tratta da siciliainrosa.it – articolo “Il segreto delle Malmaritate” 10/12/14

A ciò è funzionale anche l’iconografia scelta: l’ennesima, patinata, estetizzazione della vittima, qui pure con tocco orientalista e neocolonialista. Non a caso rilanciata da certo giornalismo rosa (il “magazine delle donne siciliane” Sicilia in rosa) che descrive la figura “misteriosa e intrigante” della copertina delle Malmaritate come:

“donna prigioniera di un destino funesto che nient’altro può fare se non cantare le sue pene”.

Perfetta produzione della “vittimità” – il femminile associato a fatalismo e vittimismo, vittima eterna – una produzione discorsiva della categoria “donna” sulla quale occorre chiedersi: a chi serve? a quali politiche istituzionali è funzionale?

Queste sono le operazioni ideologiche che si fanno con l’istituzionalizzazione e la commercializzazione della violenza sulle donne – operazioni mistificanti, che tante persone, donne e uomini, con buonissime intenzioni, probabilmente non noteranno, distratte dalla “bontà della causa”… Invece queste operazioni (e ce ne sono state tante il 25 novembre) vanno smontate e denunciate.

Sarebbe interessante chiedere alle Malmaritate di cosa hanno paura e che cosa le disturbi tanto nel termine femminista. Forse intendevano dissociarsi dalla visione stereotipata e volutamente distorta che certun* fanno circolare del femminismo (odio per gli uomini, sete di potere di donne rampanti, o isteriche, o brutte e pelose, che non fanno abbastanza sesso…)? Sarebbe cioè, il discorso antifemminista della recente campagna statunitense “womenagaistfeminism“? Forse avevano paura che il loro cd associato a questa brutta parola non vendesse?

Non è dato saperlo, magari incarichiamo Samanta Cristoforetti di chiederglielo, se le dovesse incontrare lassù, nello spazio, nell’“universo femminile”. Quaggiù intanto le lotte femministe vengono delegittimate, le donne muoiono ammazzate e si fa marketing sulla loro pelle.

N.B.: ringrazio per le notizie e lo scambio di idee la giornalista Claudia Campese di Meridionews, “Le Voltapagina” Sara Catania Fichera, Manuela Fisichella e Clotilde Pecora Caruso e il blog incrocidegeneri.