C’è un motivo se il matrimonio omosessuale vince mentre il diritto all’aborto perde

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Mentre si celebrano le conquiste del diritto al matrimonio egualitario, ecco la tagliente analisi critica di Katha Pollitt su The Nation. Una prospettiva statunitense perfettamente valida anche per l’Italia.

L’originale qui. Traduzione di jinny dalloway e agnes nutter.

gay love

Perché i diritti riproduttivi perdono e i diritti omosessuali vincono? Il tentativo fatto dallo stato dell’Indiana di far passare l’opposizione al matrimonio omosessuale sotto le spoglie della libertà religiosa ha provocato un’immediata reazione critica in tutto il paese. Nel frattempo, però, la Corte Suprema ha permesso ai datori di lavoro, per motivi religiosi, di negare l’assicurazione medica che riguarda la contraccezione – non l’aborto, la contraccezione – alle lavoratrici. Ci sono nuove leggi che stanno costringendo le cliniche che praticano aborti a chiudere; e ciò che è più assurdo, a poco a poco in ogni stato [degli USA], si stanno facendo passare persino delle restrizioni pericolose dal punto di vista medico.

A parte i casi in cui i media riportano qualche affermazione delirante di un Todd Akin o di un Richard Mourdock [repubblicani anti-abortisti], dov’è lo sdegno dell’opinione pubblica nazionale? La maggior parte degli americani sono pro-choice [a favore dell’aborto legale], più o meno; solo una piccola minoranza vuole l’abolizione dell’aborto legale. Se si pensa, poi, che in media una donna su tre avrà avuto almeno un aborto prima di raggiungere la menopausa, e che la maggior parte di queste donne ha avuto genitori, partner, amiche/i – qualcun* – che le ha aiutate ad ottenerlo, la reazione tiepida di fronte all’attacco alle leggi sull’aborto in senso restrittivo deve includere molte persone che hanno beneficiato esse stesse della possibilità di un aborto sicuro e legale.

I media presentano il matrimonio egualitario e i diritti riproduttivi come questioni di una “guerra culturale”, come se in qualche modo esse camminassero insieme. Ma forse non sono tanto simili quanto pensiamo. Ecco alcune distinzioni:

Il matrimonio egualitario riguarda l’amore, il romanticismo, il coinvolgimento in una coppia, mettere su casa, farsi una famiglia. La gente ama! Ama! Ma il matrimonio egualitario significa anche legare l’amore ai valori della famiglia, allargare un’istituzione conservatrice che ha già perso molto del suo potere coercitivo sulla società e che per milioni di persone è diventata solo un’opzione. (Il matrimonio egualitario dunque segue la legge di Pollitt: le persone marginalizzate ottengono l’accesso quando qualcosa è diventato di minor valore, ecco perché oggi le donne possono essere critiche d’arte e le persone afroamericane vincono premi di poesia). Lungi dal costituire una minaccia al matrimonio, come sostengono gli oppositori religiosi, consentire alle persone omosessuali di sposarsi dà all’istituzione un aggiornamento di cui ha molto bisogno, e fa in modo che le persone LGBT non rappresentino una minaccia per lo status quo: anziché dei pedofili promiscui e insegnanti di ginnastica single, i gay e le lesbiche sono i vostri vicini che comprano i mobili da Ikea e fanno il barbecue in giardino.

I diritti riproduttivi [contraccezione, aborto] al contrario, riguardano il sesso – la libertà sessuale, l’opposto del matrimonio – in tutto il loro splendore caotico e incontrollato.

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Sostituiscono l’immagine della donna casta, della madre che si sacrifica e che dipende dall’uomo con quella della donna indipendente, che ha rapporti sessuali e probabilmente nessuna voglia di sacrificarsi. Non importa che la contraccezione sia indispensabile per la vita moderna, che l’aborto preceda di migliaia di anni la rivoluzione sessuale, che un sacco di donne che abortiscono sono sposate o che la maggior parte (60%) di loro siano già madri. La contraccezione e l’aborto permettono alle donne – e, in misura minore, agli uomini – di fare sesso senza punizione, ovvero ciò che viene chiamato anche “responsabilità”. E la nostra cultura puritana risponde: “dovrai pagare per quel piacere, sgualdrina”.

Il matrimonio omosessuale è presentato come voluto dagli uomini. Le coppie lesbiche costituiscono la maggior parte dei matrimoni omosessuali, ma la stessa espressione “matrimonio gay” lo fa apparire come un tema di interesse maschile. Ciò lo rende una cosa di interesse per tutti, perché tutto ciò che è maschile è di interesse generale. Sebbene molte persone che hanno combattuto per il matrimonio omosessuale siano attiviste e avvocate lesbiche, gli uomini gay hanno parecchio potere sociale ed economico, e lo hanno usato in maniera efficace per far diventare la causa un fatto mainstream.

I diritti riproduttivi [la contraccezione, l’aborto], invece, hanno a che fare, inevitabilmente, con le donne. La misoginia diffusa ovunque significa che non solo quei diritti siano stigmatizzati – insieme alle donne che li esercitano – ma che gli uomini non li vedano poi come chissà quanto importanti, mentre le donne hanno un potere sociale limitato per promuoverli. E questo potere è messo facilmente in pericolo da un’identificazione troppo forte con qualunque cosa non sia la versione più blanda del femminismo. Non ci sono amministratrici delegate di grosse compagnie a versare milioni per i diritti riproduttivi o a minacciare di trasferire la propria azienda se uno stato smantella l’accesso all’aborto. E tranne poche eccezioni, anche le vip più famose si tengono ben alla larga dalla questione.

Il matrimonio egualitario interessa tutte le classi sociali. Chiunque può avere un* figl* LGBT, e ogni genitore di qualsiasi appartenenza politica vuole, com’è ovvio, che i/le propri/e figl* abbiano le stesse opportunità di tutt* gli/le altr*. Allo stesso modo, qualsiasi donna potrebbe trovarsi ad aver bisogno di abortire, ma forse non tutte se ne rendono conto. Se si punta solo a migliorare le pratiche di controllo delle nascite, ciò significa che le donne benestanti e istruite potranno controllare molto bene la propria fertilità con l’aiuto di un medico privato – certamente meglio delle donne che si affidano alle strutture pubbliche – e che potranno abortire se ne avranno bisogno. Sono le donne con reddito basso ad essere pesantemente danneggiate dalle restrizioni sull’aborto – e da quando in qua i loro problemi sono in cima alla lista di priorità delle classi medie e alte?

never again

Il matrimonio egualitario non costa nulla alla società e non toglie potere a nessuno. Nessuno è stato in grado di sostenere in modo convincente che il matrimonio gay danneggi in qualche modo il matrimonio etero. Invece i diritti riproduttivi hanno un costo: si deve prevedere inevitabilmente un finanziamento pubblico. (“Se vuoi divertirti, divertiti, ma non chiedere a me di pagare il conto” ha dichiarato un legislatore del New Hapshire nel tentativo di tagliare i fondi sulla contraccezione). Inoltre, la contraccezione e l’aborto conferiscono potere alle donne e lo tolgono ad altre persone: i genitori, i datori di lavoro, il clero e gli uomini.

Col matrimonio egualitario nessuno ci perde. Ma molte persone, incluse quelle che si definiscono pro-choice, credono che con l’aborto qualcun* perda: l’embrione o il feto. Devi avere una considerazione altissima delle donne per stare dalla parte della donna incinta, con tutte le sue inevitabili complessità e manchevolezze, anziché dalla parte della potenzialità, così pura, del/la futur* bambin*.

Il matrimonio egualitario è una cosa meravigliosa, un importante diritto civile che conferisce dignità a un gruppo di persone che prima ne era escluso. Nel corso del tempo, esso potrà incidere in qualche modo sulle convenzioni di genere del matrimonio eterosessuale, ma non porterà alcun cambiamento fondamentale nella nostra organizzazione sociale ed economica. I diritti riproduttivi, invece, sono inevitabilmente collegati al più ampio progetto del femminismo, che ha già destabilizzato ogni ambito della vita, dalla camera da letto alla sala riunioni del consiglio di amministrazione. Che cosa potrebbero esigere le donne, che cosa potrebbero realizzare, come potrebbero scegliere di vivere, se ogni donna avesse figli solo quando, e se, li vuole? Dire che questa sarebbe una “guerra culturale” è dire poco.

pro-choice

Sulla satira – di Joe Sacco

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Una vignetta ‘metavignettistica’ di JOE SACCO
L’originale su The Guardian del 9 gennaio
Traduzione di Jinny Dalloway e Agnes Nutter – grafica di Agnes Nutter

Queer up!

Questa vignetta è già comparsa sul n. 1085 di Internazionale (quello col meraviglioso reportage a fumetti di Zerocalcare dal confine Turco-Siriano) tradotta da, credo, Marina Astrologo.

Quella che riporto qui sotto è invece la versione che ne avevamo fatto io e Jinny Dalloway giusto il giorno prima dell’uscita di Internazionale in edicola. Ci dispiaceva aver lavorato “per niente” e quindi la proponiamo comunque. Buona lettura!

joesacco

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Charlie Hebdo e l’ipocrisia delle matite

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[Traduzione dal giornale australiano ‘Redflag’ – Newspaper of Socialist Alternative]

pencils

E’ stato Mark Knight, vignettista dell’Herald Sun, la goccia che per me ha fatto traboccare il vaso.

A dire il vero, Knight non ha tutta la colpa. Se non fosse stato per tutta la psicosi che l’ha preceduto, avrei probabilmente liquidato la sua vignetta come l’ennesima bruttura dell’Herald Sun: l’avrei vista più come una prova dell’assurdità di Murdoch, su cui fare dell’ironia, che non come la causa scatenante della mia indignazione. Ma il contesto è tutto. Dopo giorni di ciarle ipocrite sulla libertà di parola e gli illuministici valori della civiltà occidentale, la sua vignetta è stata “quella di troppo” sulla “guerra delle matite”.

La vignetta in questione rappresenta due uomini, terroristi Arabi, mascherati e armati (c’è qualche altro tipo di Arabo?) sotto una grandine di oggetti simili a bombe che piovono sulle loro teste. Solo che le bombe non sono bombe. Sono biro, penne e matite. Capito? Di fronte all’ideologia medioevale che capisce solo il linguaggio delle armi, l’Occidente – l’eroico Occidente ispirato dall’Illuminismo – risponde riaffermando il suo impegno a resistere alla barbarie con le armi delle idee e della libertà d’espressione.

E’ un racconto esaltante, ripetuto ad nauseam nei giornali di tutto il mondo: tutti pieni di descrizioni di matite spezzate, ri-temperate per combattere ancora, o di editoriali che proclamano che sconfiggeremo il terrorismo rifiutandoci di smettere di fare satira sull’Islam.

E’ arrivato il momento di dire che queste sono idiozie. La vignetta di Knight rende la cosa estremamente chiara, ma ogni immagine che ha richiamato l’idea che la cultura occidentale potrebbe e vorrebbe difendere sé stessa dall’estremismo islamico conducendo una battaglia di idee ha svelato la stessa amnesia storica e politica.

La realtà non potrebbe essere più lontana da questa ridicola storia.

Negli ultimi quindici anni, gli Stati Uniti, sostenuti a vario livello dai governi di altri stati occidentali, hanno fatto piovere violenza e distruzione sul mondo arabo e musulmano, con una ferocia che ha pochi paragoni nella storia della guerra moderna.

Non sono state penne e matite – men che mai le idee – a devastare l’Iraq, Gaza e l’Afghanistan e causare centinaia di migliaia di morti. Non dodici. Centinaia di migliaia. Ognun* con storie, vite, famiglie. Dieci milioni di esseri umani che hanno perso amici, parenti, case e hanno visto il loro paese lacerato.

Per le vittime dell’occupazione militare. Per la gente rintanata nelle case a sopportare l’oppressione dei bombardamenti sull’Iraq con la tecnica dello “shock and awe” (colpisci e terrorizza). Per chi ha avuto il corpo sfigurato dal fosforo bianco e dall’uranio impoverito. Per i genitori di chi è scomparso nelle celle di tortura di Abu Ghraib. Per tutti costoro, che cos’è, se non una crudele beffa, l’affermazione che la civiltà occidentale combatte le sue guerre con la penna e non con la spada?

E questo, per parlare solo delle atrocità più recenti. Non consideriamo nemmeno il secolo e più di politiche coloniali dell’Occidente che, col ferro e col sangue, ha consegnato la popolazione del mondo arabo (salvo rare eccezioni) alla povertà e alla disperazione.

Per non parlare del brutale regime del colonialismo francese in Algeria e la sua prontezza nell’assassinare centinaia di migliaia di algerini e persino centinaia di cittadini franco-algerini, nel tentativo di conservare i resti dell’Impero. Lasciamo da parte l’incessante povertà, la ghettizzazione e la persecuzione sopportata dalla popolazione musulmana di Francia, che è principalmente di origine algerina.

La storia del rapporto dell’Occidente con il mondo musulmano – una storia di colonialismo e imperialismo, di occupazione, soggiogazione e guerra – grida la sua protesta contro la bizzarra idea che i “valori occidentali” implichino il rifiuto della violenza e del terrore come strumenti politici.

Certo, anche la penna ha avuto il suo ruolo. Le penne che firmarono gli infiniti Patriot Acts, le leggi antiterrorismo e le altre misure legislative che hanno rafforzato la capacità vessatoria della polizia e limitato i diritti civili. Le penne di editorialisti che diffondono isteria, giorno dopo giorno, rafforzando il pregiudizio anti-musulmano e trasformando le persone in stranieri nel loro stesso paese. Però le penne dei giornalisti sono state forti non in virtù della loro intelligenza o ragionevolezza, ma nella misura in cui sono state al servizio dei potenti e delle loro armi.

Se si guarda questo contesto, non solo si svela l’ipocrisia di coloro che creano il mito di un Occidente illuminato che difende la libertà di parola, ma si arriva anche alla prevedibile e inevitabile conseguenza della risposta attraverso tremendi atti di terrorismo. Certo non sapremo mai cosa passasse per la mente dei tre uomini che hanno commesso queste ultime atrocità. Ma è il massimo dell’ipocrisia astorica ignorare il contesto – sia recente che sul lungo periodo – in cui questi attacchi hanno avuto luogo.

L’idea che l’indignazione dei musulmani di fronte alle spregevoli raffigurazioni delle loro icone religiose possa essere considerata separatamente dalla persecuzione subita in Occidente e dall’invasione e occupazione dei Paesi islamici è frutto di una completa incapacità di immedesimarsi nell’esperienza di sistematica e continua oppressione che è stata vissuta.

Ciò che è straordinario, se si considera anche solo superficialmente la storia recente, non è che questo terribile episodio sia avvenuto, ma piuttosto che eventi simili non capitino più spesso. Che sia solo un’esigua minoranza che ricorre a tali atti, a fronte di infinite provocazioni, è una grande prova del tollerante umanesimo della popolazione musulmana nel mondo.

Nei prossimi giorni, un ormai stanco ed estenuante teatro dell’assurdo continuerà a recitare i suoi inevitabili atti. I politici occidentali che incarcerano i propri dissidenti e controllano ogni movimento dei loro cittadini si abbandoneranno a voli pindarici sulla libertà di pensiero. I leader musulmani di ogni posizione continueranno a denunciare un terrorismo con cui non hanno nulla a che fare e a loro volta verranno denunciati per non averlo fatto abbastanza spesso o con abbastanza forza. La destra attaccherà la sinistra in quanto simpatizzante del terrorismo islamico ed esigerà che ripetiamo all’infinito l’ovvia verità che i giornalisti non devono essere uccisi per aver espresso le proprie opinioni. Esigerà anche di accettare l’idea che i bianchi occidentali, e non i musulmani, sono le vere vittime di quest’ultimo dramma politico.

Intanto, se i musulmani in Occidente avranno il coraggio di camminare per le strade, lo faranno con la paura di inevitabili rappresaglie. E non sono le matite, ciò di cui avranno paura.

 

La ragazza nuda usata come arma

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incroci de-generi

nazifemen

Traduzione collettiva con Agnes Nutter, Jinny Dalloway, Silvia Bauer, di un’analisi sull’uso della nudità come arma a fini reazionari, con particolare attenzione ai casi emblematici delle neonaziste Femen, delle filo-americane Pussy Riot e di Molly Crabapple, (per fortuna) misconosciuta in Italia.  L’originale, lievemente abbreviato nella parte inziale, qui. Buona lettura.

I media che consumiamo oggi vengono manipolati tanto cinicamente quanto quelli di un centinaio di anni fa: sono usati come armi contro la popolazione, ma adesso adottano nuove tecniche di marketing per vendere, promuovere e difendere l’imperialismo e il capitalismo. Questo non implica che non siano presenti ancora vecchie tecniche – esistono ancora corruzioni palesi come accettare soldi o regali – ma altre strategie non sono state ancora bene esaminate, né accuratamente condannate. Mentre sesso e razza sono ancora comuni come sempre nel culto di imperialismo e capitalismo da parte dei media, le nuove strategie neoliberiste di atomizzazione e…

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La fine del sionismo è una questione femminista

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incroci de-generi

sisterfire

Questa traduzione vuole essere di sostegno alla lotta congiunta della rete  INCITE, donne e persone trans di colore contro la violenza, nella denuncia dei crimini commessi dal sionismo contro la popolazione palestinese, crimini che intrecciano  sessismo e razzismo. La lotta contro la violenza di genere, per l’autodeterminazione e la libertà riproduttiva  riguarda sempre e comunque il femminismo e non solo quando tocca donne biologiche bianche, di cultura occidentale e di classe medio-alta.

La fine del sionismo è una questione femminista
di Nada Elia, da  The Electronic Intifada 24 July 2014
traduzione di Agnes Nutter, revisione di Jinny Dalloway

Con l’avvicinarsi della terza settimana di attacco da parte di Israele alla popolazione palestinese di Gaza, si continua a sentir parlare del “numero sproporzionato” di vittime tra le donne e i bambini. Questa espressione richiede una domanda: qual è un numero proporzionato di donne e bambini uccisi in un genocidio?

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“Neo-Vittoriane” contro sex workers – Dall’Inghilterra la voce di Laurie Penny sul New Statesman

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I PEGGIORI EFFETTI DELLA PROSTITUZIONE SONO CAUSATI DALLA SUA CRIMINALIZZAZIONE

Il sex work non viene stigmatizzato perché è pericoloso. Il sex work è pericoloso perché è stigmatizzato.

di LAURIE PENNY

[traduzione dell’articolo “The most harfmul effects of prostitution are caused by its criminality” pubblicato il 13 dicembre 2013 sullo storico periodico inglese New Statesman]

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Le tipiche fotografie usate sui giornali a corredo degli articoli sulla prostituzione sono considerate ridicole da chi lavora nell’industria sessuale. Quasi tutti gli articoli di cronaca, studi o commenti sulla prostituzione pubblicati sulla stampa mainstream in questi giorni appaiono accompagnati dall’immagine di un paio di gambe con autoreggenti e tacchi alti, che siano attaccate al corpo di una donna che si appoggia al finestrino di una macchina, o che camminino ondeggiando da sole, a quanto pare senza nessuno che le spinga. E’ un trito stereotipo disumanizzante che riassume precisamente come molti gruppi delle lobby sedicenti “liberali” concepiscano la prostituzione e le persone che la praticano.

Il sex work è un male per le donne. Questa è l’opinione della European Women’s Lobby, un’organizzazione che afferma di parlare per quasi mezzo miliardo di persone, nella sua proposta, presentata al Parlamento Europeo questo mese, per “un’Europa libera dalla prostituzione”.

Sia in Europa che negli Stati Uniti, tutta una serie di nuove leggi che puntano a sopprimere sex work,  pornografia e prostituzione di strada viene lanciata come una zattera nella pericolosa corrente dell’opinione pubblica dove politici privi di scialuppe morali si aggrappano a qualsiasi cosa faccia tenere loro il mento sopra il livello dell’acqua.

Da quando è iniziato questo processo, molt* sex worker, donne e uomini, hanno sfidato la paura di essere denunciat* per parlare pubblicamente delle loro esperienze e chiedere che il loro lavoro sia decriminalizzato. Le loro storie sono spesso molto diverse dalla semplice storiella di vittimizzazione raccontata da chi porta avanti le campagne contro il commercio sessuale. Gruppi come la English Collective of Prostitutes nel Regno Unito e il Red Umbrella Project negli Stati Uniti, per nominarne solo due tra tanti, sono gestiti da sex worker che lottano per avere migliori condizioni di lavoro e protezione dalle violenze. Le voci e le opinioni dei/lle sex worker, però, vengono di solito messe a tacere nei dibattiti mainstream sulla prostituzione.

 

BUONE INTENZIONI?

Ecco la situazione in cui si trovano le prostitute al momento. Le leggi che regolano il sex work sono scritte, nella maggior parte dei casi, da persone che non hanno mai fatto questo lavoro e che non hanno avuto contatti continuativi con chi lo fa. Anche la legislazione fatta con le migliori intenzioni, pensata per prevenire il traffico di donne e ragazze vulnerabili (gli uomini e i ragazzi vulnerabili se la devono vedere da soli), spesso è controproducente, finendo per rendere il commercio sessuale sempre più sotterraneo e invisibile, e dando alla polizia gli strumenti per punire e vittimizzare le donne che lavorano per strada o si mettono in gruppo per ragioni di sicurezza. Nel Regno Unito, quest’anno, una donna malata di cancro, Sheila Farmer, è riuscita a stento ad evitare una condanna per sfruttamento della prostituzione, crimine che le era stato attribuito perché vendeva servizi sessuali in un appartamento insieme ad un’amica per sentirsi più protetta.

In California, è stata da poco approvata la controversa Proposition 35, che mira, ancora una volta, ad eliminare il commercio sessuale. Di conseguenza, le donne che vengono scoperte a vendere sesso possono essere costrette a registrarsi come “sex offenders” (criminali sessuali) e sottoporsi ad un monitoraggio su internet per il resto della loro vita, così come chiunque riceva sostegno economico da loro, inclusi i figli.

(…)

Per una legge che sostiene di essere pensata per proteggere le donne, la Proposition 35 ha tutta l’aria di apparire, guarda caso, uguale ad ogni altra legge nella storia del conservatorismo sessuale e sociale appositamente concepita per proteggere la vita per bene della classe media dagli elementi più “corrotti” della comunità, mandando la polizia a sottrarre a questi ultimi la loro fonte di sostentamento.

Quando le donne “per bene” con un reddito sicuro, prendono posizione per negare l’autodeterminazione e attaccare la moralità delle persone che lavorano in condizioni precarie, come altro dovremmo chiamarlo? L’autrice femminista Ellen Willis, a proposito di questo zelo da salotto per “salvare” le prostitute, le attrici porno e altre donne “perdute”, ha parlato di “neo-vittorianesimo”. La logica contorta alla base di questo tipo di pensiero neo-vittoriano è interessante.

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Prima di tutto, la lobby anti-prostituzione non fa nessuna (o ne fa poca) differenza tra il sex work nell’ambito del quale le prostitute mantengono una misura di autoderterminazione, e la schiavitù moderna del traffico sessuale. Ciò perché, in realtà, è l’elemento “sesso” di per sé che fa venire tanto la puzza sotto il naso nei gelidi corridoi dell’obbrobrio morale borghese. E’ la scuola della cosiddetta liberazione della donna che di base continua a resistere a qualunque analisi sul piano del lavoro o dell’economia: il lavoro non può certo essere il problema, quindi il problema deve essere il sesso.

In realtà, il sex work non è stigmatizzato perché è pericoloso. Il sex work è pericoloso perché è stigmatizzato. Il fatto che un’industria nella quale le lavoratrici vengono criminalizzate e relegate ai margini della società, un’industria in cui alle lavoratrici vengono negati autodeterminazione e controllo, diventerà automaticamente più pericolosa per tutt* coloro che ci lavorano per guadagnarsi da vivere, sembra non contare per chi fa delle leggi per mandare la polizia dalle prostitute “per il loro bene”. Se le sex worker vengono vittimizzate dalla polizia e dal pubblico, se le sex worker devono affrontare livelli più alti di violenza e aggressione sul lavoro, ciò non può che avvenire per la loro scelta morale riprovevole di fare sesso per denaro.

Questo tipo di giudizio morale alimenta il mito, diffuso sia tra i clienti che tra i rappresentanti della legge, che sia impossibile stuprare una prostituta. I gruppi delle cosiddette “femministe radicali” considerano l’alto tasso di violenza e aggressione sessuale tra le sex worker come se fosse la conseguenza naturale e inevitabile della vendita di servizi sessuali, anziché una condizione di lavoro atroce resa notevolmente più grave dal fatto che molte sex worker hanno ancora più paura di altre donne di denunciare lo stupratore alla polizia – specialmente se sono nere, asiatiche o transessuali. E’ come se qualcun* che vende servizi sessuali non dovesse aspettarsi il consenso sul lavoro. Questa negazione assoluta dell’autodeterminazione, della soggettività – gruppi come la European Women’s Lobby usano la definizione al passivo, “donne prostituite”, per riferirsi alle sex worker – è profondamente disumanizzante, specialmente per una campagna che dichiara di agire per i diritti umani.

Quando poi tutti gli altri argomenti si sono esauriti, l’ultimo straccio di ragionamento che ancora tiene su la costumata lobby femminista sessualmente conservatrice è che le donne che non sono d’accordo con le loro argomentazioni devono avere subìto molestie da bambine o essere state traumatizzate sul lavoro, e come tali non vale la pena ascoltarle. La fondatrice di UK Feminista, Kat Banyard, che fa un grande lavoro nel formare attiviste, ha dichiarato sul Guardian che “i tassi astronomici di disordine per stress post-traumatico” tra le sex worker sono la prova del “danno fondamentale che sta alla base di queste transazioni”. Che vi siano ben poche prove che le sex worker siano soggette a livelli più o meno disgustosi di stupro o molestie rispetto alle donne che non vendono servizi sessuali, come dimostra uno studio pubblicato dal Journal of Sex Research, è irrilevante. Troppo spesso, in questi dibattiti, le prostitute sono giudicate incapaci emotivamente o mentalmente di partecipare, ancora prima che a qualcuno venga in mente di invitarle al tavolo della discussione. E’ come se ci fosse una sorta giudizio pregresso. E’ quasi… com’era quella parola?

Ah, sì. Pregiudizio.

La questione non riguarda i dati di fatto, non per le neo-vittoriane. Riguarda la moralità, proprio come duecento anni fa, quando le signore ben intenzionate delle classi alte organizzavano centri di beneficienza per “salvare” le prostitute di strada dal peccato, trovando loro occupazioni alternative come donne delle pulizie negli ospizi per i poveri o a spazzare le strade. Oggi, questo si traduce nella convinzione di certe “benefattrici” che qualsiasi tipo di lavoro, per quanto sfruttato e mal pagato, debba essere meglio del sex work, per il solo fatto che non ha a che fare col sesso… il sesso cattivo, il sesso peccaminoso – il che porta gli evangelizzatori antiprostituzione come Nicholas D. Kristof del New York Times a sostenere (come fa nel libro e documentario Half the Sky, scritto insieme a Sheryl WuDunn) che le donne che attualmente lavorano nelle case di piacere nei paesi emergenti dovrebbero essere incoraggiate a lavorare invece nelle aziende, anche illegali, che sfruttano i/le dipendenti. Perché quello sì che sarebbe un enorme passo avanti.

IL DIRITTO DI SCEGLIERE

Capisco come sia facile scivolare in questo tipo di ozioso ragionamento pseudo-femminista. Per un breve periodo quando avevo poco più di vent’anni, ho preso parte a incontri e manifestazioni di gruppi femministi sessualmente conservatori. Ero stata per breve tempo sedotta dalla loro semplice soluzione all’oppressione di genere: eliminiamo il porno e la prostituzione e il resto seguirà, e le relazioni sociali tra uomini e donne si sistemeranno in una facile eguaglianza. Il ragionamento era che il sex work di per sé è una forma di violenza sessuale alla base della società contemporanea e che eliminandolo ci libereremmo del marcio nei nostri cuori e nelle nostre case.

Quello che mi ha fatto cambiare idea, più di ogni altra cosa, è stato incontrare e frequentare donne e uomini che vendono servizi sessuali per guadagnarsi da vivere e capire che nessun* di loro equivaleva ad un paio di gambe su tacchi alti, senza testa, senza cuore, senza corpo – anche se ciò può essere una delusione per una particolare sottospecie di facoltosi feticisti. Quello che mi ha fatto cambiare idea è stato iniziare ad ascoltare le sex worker, le quali dicono che ciò di cui hanno bisogno è protezione dalla violenza, migliori condizioni lavorative e la possibilità di lavorare senza la paura di essere arrestate, grazie mille. Non ho mai venduto sesso io stessa, quindi come femminista e socialista sono orgogliosa di assumere la mia posizione sul sex work a partire da coloro che ci lavorano di persona, e rendo onore alla loro esperienza.

Il femminismo sessualmente e socialmente conservatore non è l’unico tipo e neanche il tipo dominante di attivismo femminista che c’è in giro. Oggi, molte donne in tutto il mondo si stanno organizzando contro la repressione sessuale e lo slut-shaming, opponendo resistenza alla reazione in atto contro il nostro diritto di scegliere quando, come e con chi lavoriamo, viviamo e scopiamo. Le neo-vittoriane ancora predominano nei gruppi delle lobby e dicono di rappresentare gli interessi delle donne nel cuore dei governi mondiali, ma fuori dalle stanze del potere, le/gli sex worker, i lavoratori e le lavoratrici, le donne nere con reddito basso, stanno protestando a gran voce per farsi sentire.

Però la loro non è la scuola di femminismo che interessa ai governi dell’Europa e dell’America. Oggi, in un periodo di austerità imposta e collasso sociale, sempre più donne e uomini si dedicano al sex work per guadagnarsi da vivere – e queste persone hanno bisogno di protezione, non di ulteriore persecuzione.

[Traduzione di jinny dalloway (i grassetti nel testo, tranne i titoli dei sottoparagrafi, sono miei)].

“Se la scrittura non diventa un’arma, siamo perdut*”

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“…per questo parlo di transfemminismo, perché credo che si debba mettere in discussione la naturalità della divisione sessuale binaria.”

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El Espectador 6 febbraio 2014.

Intervista a Beatriz Preciado

di Sara Malagón Llano

 La filosofa spagnola Beatriz Preciado parla di transfemminismo, teoria queer e della sua esperienza con il testosterone che si è tradotta in un “saggio corporeo” dal titolo Testo Yonqui.

Lei ha studiato filosofia e successivamente ha concluso un dottorato in teoria dell’architettura. Si è dedicata prima all’uno poi all’altro per piacere o crede che ci sia una connessione tra i due?

Da sempre mi sento differente, ho sempre avuto la sensazione di essere fuori dalle norme dato che gli altri mi vedevano come diversa. Fin da piccola mi chiamavano “la lesbica”. Poi, ho trovato nella filosofia un luogo per poter acquisire un insieme di strumenti critici che mi avrebbero permesso di ridefinire le relazioni tra il normale e il patologico. Non ero malato o malata, per questo sentivo di dover ridefinire i termini e…

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