il donnismo imperversa, il femminismo queer resiste: la retorica del rosa nell’Italia che reprime il dissenso

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Nello stesso giorno in cui le Collettive Femministe Queer vengono cacciate dal MilanoPride, insultate e spintonate in malo modo dai partecipanti stessi e allontanate dalla DIGOS con la benedizione del sindaco Sala, al grido di ‘questa è la Milano che voglio’, la nazional-cantantessa Carmen Consoli, in un’intervista sull’Huffington Post (25/06/2016) intitolata Le donne devono comandare perché su cummannere, proclama: “Se dovessi tornare nel Medioevo … probabilmente finirei su un palo bruciata”.
i am a feminist witch

Malgrado non sia subito evidente, c’è una relazione tra questi due fatti. Mentre il femminismo queer e ogni controdiscorso critico vengono zittiti, la potente retorica del DONNISMO imperversa, si appropria dell’immaginario delle lotte del femminismo storico e lo svuota di significati politici: al contempo invisibilizza il termine “femminismo” (evitato come la peste da Consoli, che nel Medioevo più che strega sarebbe stata la madre cumannera dell’Inquisitore), oppure ne manipola il significato appropriandosi del significante (il giornalista Feltri, vedi sotto).

Il donnismo di Carmen Consoli (Huffington Post)soldatessa

Legittimata dai media, Consoli prende la parola, come spesso fa, per parlare di donne – chi meglio di lei, che si presenta con il suffisso rosa “cantantessa“, che fa tanto, ma tanto Donna? (dibattito sul linguaggio non sessista degli ultimi vent’anni in Italia, non pervenuto).

Nell’intervista sull’Huffington, in mezzo ad alcune sue affermazioni del tutto ragionevoli (per es. che le donne non vadano giudicate in quanto donne, salvo farlo lei stessa due righe dopo) spiccano alcune perle rosa:

– “Dobbiamo smettere di lottare per emanciparci perché siamo già emancipate”

– “Sono donna e comando perché sugnu cumannera” [in dialetto catanese, donna AUTORITARIA, la “matriarca” mediterranea che comanda su marito e figl*]. Orgogliosa di questo bel modello femminile, chiama poi le neo-sindache di Roma e Torino “queste signorine”.

– Di violenza sulle donne, poi, “sui giornali e in televisione se ne parla in maniera eccessiva” – invece, ci informa Consoli, occorre più “cultura”, poiché “l’arte… salva il mondo”. In altre parole, la retorica liberal-vittimista delle sue canzoni, impegnate su questo tema, ci eleva moralmente in funzione salvifica (e, incidentalmente, le fa vendere dischi, così come alle sue amiche Malmaritate, che si affannano a dichiararsi non femministe, mentre cantano delle povere donne uccise, di cui si è già detto qui).

Quest’amena accozzaglia di concetti confusi sarebbe solo da ignorare, se non fosse che alimenta il discorso pubblico mirato a depoliticizzare e delegittimare il femminismo per sostituirlo col donnismo – eredità del pensiero della differenza anni ’80 in versione divulgativa, rivisitato in salsa snoq neoliberista attraverso la retorica del rosa istituzionale.

M. Feltri confonde femmina con femminismo (La Stampa)

smash patriarchy anarchyA conferma della crescente visibilità del discorso donnista in Italia basti guardare alla manipolazione del termine “femminismo” operata dal giornalista Mattia Feltri su La Stampa, il quale ha intitolato il suo delirio articolo sull’elezione di Raggi (7/06/2016) Se Roma si scopre femminista. In questa confusione tutta italica tra “FEMMINA” e “FEMMINISTA” su un’autorevole testata nazionale sono gettati alla rinfusa termini quali “truppa virile”, “maschietti”, “femmina” e “patriarcato” (a proposito di patriarcato, il giornalista è il figlio di Vittorio Feltri).

Tutt* noi – donne, uomini, cis e trans, di qualunque orientamento sessuale – che ci riconosciamo in una qualche forma di lotta politica intersezionale legata alla parola incandescente femminismo dovremmo riflettere sulla progressiva erosione del termine, cooptato nella retorica del rosa da uomini e donne nel discorso mainstream italiano.

Reclaim feminism!

Se queste sono le dinamiche del discorso pubblico – e se questo è il livello della repressione, anche violenta, di ogni dissenso e controdiscorso prodotto da “soggetti eccentrici” – sarà sempre più difficile, e quindi più necessario, affermare l’esistenza di una pluralità di femminismi, e lottare per un femminismo queer antifascista, anticapitalista, antirazzista, antispecista, critico di ogni eteropatriarcato e omonormatività.

witch e goatNoi siamo le streghe medievali e moderne sul sangue delle quali, come scrive Libera Voler, “si è firmato il patto tra il patriarcato e il capitalismo che ancora oggi chiamiamo società. State sicuri che siamo ancora incazzate e che stanotte o un’altra vi verremo a prendere”.

Solidarietà al femminismo queer di chi è stata cacciata dal corteo al MilanoPride, perché crea turbolenza, dis-turba, fa paura.

Try again, Fail again, Fail Better.

milano pride

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C’è un motivo se il matrimonio omosessuale vince mentre il diritto all’aborto perde

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Mentre si celebrano le conquiste del diritto al matrimonio egualitario, ecco la tagliente analisi critica di Katha Pollitt su The Nation. Una prospettiva statunitense perfettamente valida anche per l’Italia.

L’originale qui. Traduzione di jinny dalloway e agnes nutter.

gay love

Perché i diritti riproduttivi perdono e i diritti omosessuali vincono? Il tentativo fatto dallo stato dell’Indiana di far passare l’opposizione al matrimonio omosessuale sotto le spoglie della libertà religiosa ha provocato un’immediata reazione critica in tutto il paese. Nel frattempo, però, la Corte Suprema ha permesso ai datori di lavoro, per motivi religiosi, di negare l’assicurazione medica che riguarda la contraccezione – non l’aborto, la contraccezione – alle lavoratrici. Ci sono nuove leggi che stanno costringendo le cliniche che praticano aborti a chiudere; e ciò che è più assurdo, a poco a poco in ogni stato [degli USA], si stanno facendo passare persino delle restrizioni pericolose dal punto di vista medico.

A parte i casi in cui i media riportano qualche affermazione delirante di un Todd Akin o di un Richard Mourdock [repubblicani anti-abortisti], dov’è lo sdegno dell’opinione pubblica nazionale? La maggior parte degli americani sono pro-choice [a favore dell’aborto legale], più o meno; solo una piccola minoranza vuole l’abolizione dell’aborto legale. Se si pensa, poi, che in media una donna su tre avrà avuto almeno un aborto prima di raggiungere la menopausa, e che la maggior parte di queste donne ha avuto genitori, partner, amiche/i – qualcun* – che le ha aiutate ad ottenerlo, la reazione tiepida di fronte all’attacco alle leggi sull’aborto in senso restrittivo deve includere molte persone che hanno beneficiato esse stesse della possibilità di un aborto sicuro e legale.

I media presentano il matrimonio egualitario e i diritti riproduttivi come questioni di una “guerra culturale”, come se in qualche modo esse camminassero insieme. Ma forse non sono tanto simili quanto pensiamo. Ecco alcune distinzioni:

Il matrimonio egualitario riguarda l’amore, il romanticismo, il coinvolgimento in una coppia, mettere su casa, farsi una famiglia. La gente ama! Ama! Ma il matrimonio egualitario significa anche legare l’amore ai valori della famiglia, allargare un’istituzione conservatrice che ha già perso molto del suo potere coercitivo sulla società e che per milioni di persone è diventata solo un’opzione. (Il matrimonio egualitario dunque segue la legge di Pollitt: le persone marginalizzate ottengono l’accesso quando qualcosa è diventato di minor valore, ecco perché oggi le donne possono essere critiche d’arte e le persone afroamericane vincono premi di poesia). Lungi dal costituire una minaccia al matrimonio, come sostengono gli oppositori religiosi, consentire alle persone omosessuali di sposarsi dà all’istituzione un aggiornamento di cui ha molto bisogno, e fa in modo che le persone LGBT non rappresentino una minaccia per lo status quo: anziché dei pedofili promiscui e insegnanti di ginnastica single, i gay e le lesbiche sono i vostri vicini che comprano i mobili da Ikea e fanno il barbecue in giardino.

I diritti riproduttivi [contraccezione, aborto] al contrario, riguardano il sesso – la libertà sessuale, l’opposto del matrimonio – in tutto il loro splendore caotico e incontrollato.

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Sostituiscono l’immagine della donna casta, della madre che si sacrifica e che dipende dall’uomo con quella della donna indipendente, che ha rapporti sessuali e probabilmente nessuna voglia di sacrificarsi. Non importa che la contraccezione sia indispensabile per la vita moderna, che l’aborto preceda di migliaia di anni la rivoluzione sessuale, che un sacco di donne che abortiscono sono sposate o che la maggior parte (60%) di loro siano già madri. La contraccezione e l’aborto permettono alle donne – e, in misura minore, agli uomini – di fare sesso senza punizione, ovvero ciò che viene chiamato anche “responsabilità”. E la nostra cultura puritana risponde: “dovrai pagare per quel piacere, sgualdrina”.

Il matrimonio omosessuale è presentato come voluto dagli uomini. Le coppie lesbiche costituiscono la maggior parte dei matrimoni omosessuali, ma la stessa espressione “matrimonio gay” lo fa apparire come un tema di interesse maschile. Ciò lo rende una cosa di interesse per tutti, perché tutto ciò che è maschile è di interesse generale. Sebbene molte persone che hanno combattuto per il matrimonio omosessuale siano attiviste e avvocate lesbiche, gli uomini gay hanno parecchio potere sociale ed economico, e lo hanno usato in maniera efficace per far diventare la causa un fatto mainstream.

I diritti riproduttivi [la contraccezione, l’aborto], invece, hanno a che fare, inevitabilmente, con le donne. La misoginia diffusa ovunque significa che non solo quei diritti siano stigmatizzati – insieme alle donne che li esercitano – ma che gli uomini non li vedano poi come chissà quanto importanti, mentre le donne hanno un potere sociale limitato per promuoverli. E questo potere è messo facilmente in pericolo da un’identificazione troppo forte con qualunque cosa non sia la versione più blanda del femminismo. Non ci sono amministratrici delegate di grosse compagnie a versare milioni per i diritti riproduttivi o a minacciare di trasferire la propria azienda se uno stato smantella l’accesso all’aborto. E tranne poche eccezioni, anche le vip più famose si tengono ben alla larga dalla questione.

Il matrimonio egualitario interessa tutte le classi sociali. Chiunque può avere un* figl* LGBT, e ogni genitore di qualsiasi appartenenza politica vuole, com’è ovvio, che i/le propri/e figl* abbiano le stesse opportunità di tutt* gli/le altr*. Allo stesso modo, qualsiasi donna potrebbe trovarsi ad aver bisogno di abortire, ma forse non tutte se ne rendono conto. Se si punta solo a migliorare le pratiche di controllo delle nascite, ciò significa che le donne benestanti e istruite potranno controllare molto bene la propria fertilità con l’aiuto di un medico privato – certamente meglio delle donne che si affidano alle strutture pubbliche – e che potranno abortire se ne avranno bisogno. Sono le donne con reddito basso ad essere pesantemente danneggiate dalle restrizioni sull’aborto – e da quando in qua i loro problemi sono in cima alla lista di priorità delle classi medie e alte?

never again

Il matrimonio egualitario non costa nulla alla società e non toglie potere a nessuno. Nessuno è stato in grado di sostenere in modo convincente che il matrimonio gay danneggi in qualche modo il matrimonio etero. Invece i diritti riproduttivi hanno un costo: si deve prevedere inevitabilmente un finanziamento pubblico. (“Se vuoi divertirti, divertiti, ma non chiedere a me di pagare il conto” ha dichiarato un legislatore del New Hapshire nel tentativo di tagliare i fondi sulla contraccezione). Inoltre, la contraccezione e l’aborto conferiscono potere alle donne e lo tolgono ad altre persone: i genitori, i datori di lavoro, il clero e gli uomini.

Col matrimonio egualitario nessuno ci perde. Ma molte persone, incluse quelle che si definiscono pro-choice, credono che con l’aborto qualcun* perda: l’embrione o il feto. Devi avere una considerazione altissima delle donne per stare dalla parte della donna incinta, con tutte le sue inevitabili complessità e manchevolezze, anziché dalla parte della potenzialità, così pura, del/la futur* bambin*.

Il matrimonio egualitario è una cosa meravigliosa, un importante diritto civile che conferisce dignità a un gruppo di persone che prima ne era escluso. Nel corso del tempo, esso potrà incidere in qualche modo sulle convenzioni di genere del matrimonio eterosessuale, ma non porterà alcun cambiamento fondamentale nella nostra organizzazione sociale ed economica. I diritti riproduttivi, invece, sono inevitabilmente collegati al più ampio progetto del femminismo, che ha già destabilizzato ogni ambito della vita, dalla camera da letto alla sala riunioni del consiglio di amministrazione. Che cosa potrebbero esigere le donne, che cosa potrebbero realizzare, come potrebbero scegliere di vivere, se ogni donna avesse figli solo quando, e se, li vuole? Dire che questa sarebbe una “guerra culturale” è dire poco.

pro-choice

I massoni scoprono il genere (umano). Sul Convegno ‘Violenza di genere’ organizzato dalla massoneria catanese il 21/03/2015

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eyes3Se massoneria e genere sembrano una strana accoppiata, è perché, come ci avverte un loro membro onorario di sesso femminile, “spesso si ha una visione distorta legata a stereotipi”. Se le donne sono escluse dal Tempio è solo perché loro sono “tradizionalisti, ma non nel senso di reazionari”. Lasciamoci dietro, dunque, quei luoghi comuni mistificanti alla Eyes Wide Shut: i massoni oggi sono degli imprenditori che fanno tanta beneficienza, senza pubblicità. Come loro stessi dichiarano, ormai “i liberi muratori sono usciti dalle catacombe e con orgoglio costruiscono strade di incontro e azioni responsabili nella società”. In quanto benefattori, il 21 marzo a Catania, in una prestigiosa biblioteca storica, hanno scelto un oggetto nuovo per la loro beneficienza: le donne.

La locandina che annuncia il Convegno, con un dipinto di un artista locale, raffigura una mostruosa piovra gigante nell’atto di stritolare, con uno dei suoi tentacoli, una donna accasciata a terra (chissà se l’analogia col tentacle erotica giapponese è riferimento occulto o sfortunata casualità).

Il sottotitolo del Convegno è: “parole di una questione femminile”.

In sintesi: la violenza sulle donne viene cancellata come tema di lotta femminista e trasformata in un’occasione per diffondere un discorso assistenzialista-buonista, liberal-borghese, che produce ‘vittimità’ – il femminile come categoria debole bisognosa di soccorso e carità dall’alto. In modo più esplicito rispetto a quella prodotta, sempre a Catania, da certe non-femministe per vendere cd, anche questa costruzione discorsiva del femminile sarà utile a non intaccare, e al contrario a sostenere, strutture e rapporti di potere esistenti.

Le cause della violenza, guarda caso, sono ridotte a una non meglio precisata ‘mancanza di cultura’ o a un neutro problema di ‘rapporti Umani’. E infatti, con un’audace ri-semantizzazione del termine ‘genere’ che diventa ‘genere Umano’, sin dall’inizio prevale un’ossessiva retorica dell’Umanesimo, quella del maschile universale neutro: libertà, rispetto, cultura. Insomma, i valori dell’Uomo. Ovvero, com’è scappato di bocca all’ultimo relatore: “Uomo anche in senso ampio”. Che comprende, in fondo in fondo, anche la donna. Però, senza esagerare: lo stesso massone, intervistato qui, auspica campagne di sensibilizzazione nelle scuole “a favore del genere umano, non solo del genere femminile!”

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C’era in effetti una gran maggioranza di “genere umano” tra il pubblico: età media 50-60 anni, abbigliamento formale, qualche spilletta sul bavero. Baci, braccia intorno alle spalle, chiacchiere all’orecchio, un tripudio di omosocialità. Mai visti tanti maschi insieme a un evento con la parola “genere” – neanche al gay pride.

Saluti delle istituzioni: un assessore (del PdCI) porta i saluti del Sindaco Bianco e ci rassicura su quanto l’Amministrazione sia sensibile al problema: ha già adottato un provvedimento sulla censura delle pubblicità sessiste che, a suo avviso, sono legate alla violenza e alla ‘volgarità’. Non una parola sui finanziamenti ai centri antiviolenza, il grande convitato di pietra del Convegno.

L’ospite invitata da fuori, la giornalista Cristina Obber, in questo contesto pareva, suo malgrado, la reincarnazione di Valerie Solanas: ha pronunciato, tra la costernazione generale, parole tabù: “potere”, “femminicidio” e “valorizzare i centri anti-violenza”. L’evento, peraltro, non prevedeva dibattito e gli unici interventi erano ‘programmati’ come da locandina.

Dopo che la moderatrice massonica ci ha riportato il contenuto della Treccani (sic) alla voce ‘genere’, e ci ha informate che “spesso le donne non vengono uccise dall’orco, ma dal marito”, ci ha consigliato di “andare oltre la nostra appartenenza al sesso-Uomo o al sesso-Donna perché il dolore appartiene a ognuno di noi”.

Ma di dolore, in particolare di martirio femminile, ne sa anche di più l’altro ospite, autore di un libro appena uscito (venduto all’entrata) che racconta aneddoti tragici, non sempre collegati alla violenza di genere (infatti parliamo del genere umano), di donne discriminate, torturate o uccise in tutto il mondo. Per esempio l’assassinio della giornalista russa Politkovskaya che l’autore vuole vedere come quello di “una mamma normale che fa la spesa”. C’è anche un tocco di retorica neoimperialista, con le storie (di per sé interessanti) di spose bambine costrette a matrimoni forzati in Iraq e in Afghanistan. L’interesse da parte maschile per questi argomenti viene definito “sensibilità”.

E’ poi la volta del massone armiere che lamenta “la grandissima difficoltà a relazionarsi con l’altro in una dimensione Umana”. Il problema infatti è che “quando viene meno il dialogo, allora si manifesta la violenza” (se non lo sa lui che vende pistole…). La soluzione? “Una forte carica di Umanità è la medicina di cui ha bisogno questa nostra società malata!” Qui il video (dal min. 1,30).

Rari lampi di luce si accendono a sorpresa con un paio di relatori, un medico che critica la distinzione tra ‘donne per bene’ e ‘donne per male’, e un altro che tenta di spiegare che genere non equivale a donne, tra gli sguardi smarriti degli altri relatori.

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A conclusione, ben due interventi di massoni ci svelano un misterioso segreto alchemico: “non esiste un’altra metà del cielo, il cielo è uno solo… sono Sole e Luna che sono diversi ma si compenetrano, poiché l’uno è necessario all’altro”.

Viva l’Uomo! (anche in senso ampio…)

Sulla satira – di Joe Sacco

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Una vignetta ‘metavignettistica’ di JOE SACCO
L’originale su The Guardian del 9 gennaio
Traduzione di Jinny Dalloway e Agnes Nutter – grafica di Agnes Nutter

Queer up!

Questa vignetta è già comparsa sul n. 1085 di Internazionale (quello col meraviglioso reportage a fumetti di Zerocalcare dal confine Turco-Siriano) tradotta da, credo, Marina Astrologo.

Quella che riporto qui sotto è invece la versione che ne avevamo fatto io e Jinny Dalloway giusto il giorno prima dell’uscita di Internazionale in edicola. Ci dispiaceva aver lavorato “per niente” e quindi la proponiamo comunque. Buona lettura!

joesacco

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Charlie Hebdo e l’ipocrisia delle matite

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[Traduzione dal giornale australiano ‘Redflag’ – Newspaper of Socialist Alternative]

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E’ stato Mark Knight, vignettista dell’Herald Sun, la goccia che per me ha fatto traboccare il vaso.

A dire il vero, Knight non ha tutta la colpa. Se non fosse stato per tutta la psicosi che l’ha preceduto, avrei probabilmente liquidato la sua vignetta come l’ennesima bruttura dell’Herald Sun: l’avrei vista più come una prova dell’assurdità di Murdoch, su cui fare dell’ironia, che non come la causa scatenante della mia indignazione. Ma il contesto è tutto. Dopo giorni di ciarle ipocrite sulla libertà di parola e gli illuministici valori della civiltà occidentale, la sua vignetta è stata “quella di troppo” sulla “guerra delle matite”.

La vignetta in questione rappresenta due uomini, terroristi Arabi, mascherati e armati (c’è qualche altro tipo di Arabo?) sotto una grandine di oggetti simili a bombe che piovono sulle loro teste. Solo che le bombe non sono bombe. Sono biro, penne e matite. Capito? Di fronte all’ideologia medioevale che capisce solo il linguaggio delle armi, l’Occidente – l’eroico Occidente ispirato dall’Illuminismo – risponde riaffermando il suo impegno a resistere alla barbarie con le armi delle idee e della libertà d’espressione.

E’ un racconto esaltante, ripetuto ad nauseam nei giornali di tutto il mondo: tutti pieni di descrizioni di matite spezzate, ri-temperate per combattere ancora, o di editoriali che proclamano che sconfiggeremo il terrorismo rifiutandoci di smettere di fare satira sull’Islam.

E’ arrivato il momento di dire che queste sono idiozie. La vignetta di Knight rende la cosa estremamente chiara, ma ogni immagine che ha richiamato l’idea che la cultura occidentale potrebbe e vorrebbe difendere sé stessa dall’estremismo islamico conducendo una battaglia di idee ha svelato la stessa amnesia storica e politica.

La realtà non potrebbe essere più lontana da questa ridicola storia.

Negli ultimi quindici anni, gli Stati Uniti, sostenuti a vario livello dai governi di altri stati occidentali, hanno fatto piovere violenza e distruzione sul mondo arabo e musulmano, con una ferocia che ha pochi paragoni nella storia della guerra moderna.

Non sono state penne e matite – men che mai le idee – a devastare l’Iraq, Gaza e l’Afghanistan e causare centinaia di migliaia di morti. Non dodici. Centinaia di migliaia. Ognun* con storie, vite, famiglie. Dieci milioni di esseri umani che hanno perso amici, parenti, case e hanno visto il loro paese lacerato.

Per le vittime dell’occupazione militare. Per la gente rintanata nelle case a sopportare l’oppressione dei bombardamenti sull’Iraq con la tecnica dello “shock and awe” (colpisci e terrorizza). Per chi ha avuto il corpo sfigurato dal fosforo bianco e dall’uranio impoverito. Per i genitori di chi è scomparso nelle celle di tortura di Abu Ghraib. Per tutti costoro, che cos’è, se non una crudele beffa, l’affermazione che la civiltà occidentale combatte le sue guerre con la penna e non con la spada?

E questo, per parlare solo delle atrocità più recenti. Non consideriamo nemmeno il secolo e più di politiche coloniali dell’Occidente che, col ferro e col sangue, ha consegnato la popolazione del mondo arabo (salvo rare eccezioni) alla povertà e alla disperazione.

Per non parlare del brutale regime del colonialismo francese in Algeria e la sua prontezza nell’assassinare centinaia di migliaia di algerini e persino centinaia di cittadini franco-algerini, nel tentativo di conservare i resti dell’Impero. Lasciamo da parte l’incessante povertà, la ghettizzazione e la persecuzione sopportata dalla popolazione musulmana di Francia, che è principalmente di origine algerina.

La storia del rapporto dell’Occidente con il mondo musulmano – una storia di colonialismo e imperialismo, di occupazione, soggiogazione e guerra – grida la sua protesta contro la bizzarra idea che i “valori occidentali” implichino il rifiuto della violenza e del terrore come strumenti politici.

Certo, anche la penna ha avuto il suo ruolo. Le penne che firmarono gli infiniti Patriot Acts, le leggi antiterrorismo e le altre misure legislative che hanno rafforzato la capacità vessatoria della polizia e limitato i diritti civili. Le penne di editorialisti che diffondono isteria, giorno dopo giorno, rafforzando il pregiudizio anti-musulmano e trasformando le persone in stranieri nel loro stesso paese. Però le penne dei giornalisti sono state forti non in virtù della loro intelligenza o ragionevolezza, ma nella misura in cui sono state al servizio dei potenti e delle loro armi.

Se si guarda questo contesto, non solo si svela l’ipocrisia di coloro che creano il mito di un Occidente illuminato che difende la libertà di parola, ma si arriva anche alla prevedibile e inevitabile conseguenza della risposta attraverso tremendi atti di terrorismo. Certo non sapremo mai cosa passasse per la mente dei tre uomini che hanno commesso queste ultime atrocità. Ma è il massimo dell’ipocrisia astorica ignorare il contesto – sia recente che sul lungo periodo – in cui questi attacchi hanno avuto luogo.

L’idea che l’indignazione dei musulmani di fronte alle spregevoli raffigurazioni delle loro icone religiose possa essere considerata separatamente dalla persecuzione subita in Occidente e dall’invasione e occupazione dei Paesi islamici è frutto di una completa incapacità di immedesimarsi nell’esperienza di sistematica e continua oppressione che è stata vissuta.

Ciò che è straordinario, se si considera anche solo superficialmente la storia recente, non è che questo terribile episodio sia avvenuto, ma piuttosto che eventi simili non capitino più spesso. Che sia solo un’esigua minoranza che ricorre a tali atti, a fronte di infinite provocazioni, è una grande prova del tollerante umanesimo della popolazione musulmana nel mondo.

Nei prossimi giorni, un ormai stanco ed estenuante teatro dell’assurdo continuerà a recitare i suoi inevitabili atti. I politici occidentali che incarcerano i propri dissidenti e controllano ogni movimento dei loro cittadini si abbandoneranno a voli pindarici sulla libertà di pensiero. I leader musulmani di ogni posizione continueranno a denunciare un terrorismo con cui non hanno nulla a che fare e a loro volta verranno denunciati per non averlo fatto abbastanza spesso o con abbastanza forza. La destra attaccherà la sinistra in quanto simpatizzante del terrorismo islamico ed esigerà che ripetiamo all’infinito l’ovvia verità che i giornalisti non devono essere uccisi per aver espresso le proprie opinioni. Esigerà anche di accettare l’idea che i bianchi occidentali, e non i musulmani, sono le vere vittime di quest’ultimo dramma politico.

Intanto, se i musulmani in Occidente avranno il coraggio di camminare per le strade, lo faranno con la paura di inevitabili rappresaglie. E non sono le matite, ciò di cui avranno paura.

 

La ragazza nuda usata come arma

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incroci de-generi

nazifemen

Traduzione collettiva con Agnes Nutter, Jinny Dalloway, Silvia Bauer, di un’analisi sull’uso della nudità come arma a fini reazionari, con particolare attenzione ai casi emblematici delle neonaziste Femen, delle filo-americane Pussy Riot e di Molly Crabapple, (per fortuna) misconosciuta in Italia.  L’originale, lievemente abbreviato nella parte inziale, qui. Buona lettura.

I media che consumiamo oggi vengono manipolati tanto cinicamente quanto quelli di un centinaio di anni fa: sono usati come armi contro la popolazione, ma adesso adottano nuove tecniche di marketing per vendere, promuovere e difendere l’imperialismo e il capitalismo. Questo non implica che non siano presenti ancora vecchie tecniche – esistono ancora corruzioni palesi come accettare soldi o regali – ma altre strategie non sono state ancora bene esaminate, né accuratamente condannate. Mentre sesso e razza sono ancora comuni come sempre nel culto di imperialismo e capitalismo da parte dei media, le nuove strategie neoliberiste di atomizzazione e…

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La fine del sionismo è una questione femminista

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incroci de-generi

sisterfire

Questa traduzione vuole essere di sostegno alla lotta congiunta della rete  INCITE, donne e persone trans di colore contro la violenza, nella denuncia dei crimini commessi dal sionismo contro la popolazione palestinese, crimini che intrecciano  sessismo e razzismo. La lotta contro la violenza di genere, per l’autodeterminazione e la libertà riproduttiva  riguarda sempre e comunque il femminismo e non solo quando tocca donne biologiche bianche, di cultura occidentale e di classe medio-alta.

La fine del sionismo è una questione femminista
di Nada Elia, da  The Electronic Intifada 24 July 2014
traduzione di Agnes Nutter, revisione di Jinny Dalloway

Con l’avvicinarsi della terza settimana di attacco da parte di Israele alla popolazione palestinese di Gaza, si continua a sentir parlare del “numero sproporzionato” di vittime tra le donne e i bambini. Questa espressione richiede una domanda: qual è un numero proporzionato di donne e bambini uccisi in un genocidio?

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