The Wolf: tette, culi e l’ambiguità di Scorsese

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Wolf of Wall Street1

The Wolf, l’ultimo film di Scorsese con Leonardo DiCaprio è stato definito da un  critico del Manifesto “epico”, “il miglior film dell’anno”. La recensione ne parla come di un'”amara istantanea (…) dell’oligarchia finanziaria”, “tra il demenziale e il teatro dell’assurdo”.

Amara istantanea? Teatro dell’assurdo? Senza scomodare Beckett o Pinter, io so solo che al cinema i giovani maschi seduti accanto a me ridacchiavano, tutti eccitati, dandosi gomitate, complici dell’eroe del film che enumerava le sue “proprietà”: una Ferrari bianca e una moglie bonissima, che gli fa i pompini mentre lui guida la suddetta Ferrari bianca. Non so quanto di “amaro” trasparisse nella scena e nelle successive. E questo è il punto che mi lascia perplessa nel film di un grande regista come Scorsese.

La storia è interessante, la narrazione inefficace: a parte il fatto che non vi sia approfondimento storico, il problema è che il punto di vista, almeno sulle questioni di genere, è molto ambiguo. Sia chiaro: non che debba esserci per forza una “morale” in un film, ma sembra Scorsese stesso a volerla dare, senza però chiarire quale sia.

[attenzione: spoilers!]

La recitazione di DiCaprio è, sì, magistrale – anche se il ritmo forsennato non si tiene per 3 ore (solo Tarantino sembra saperlo fare ultimamente). Ciò che mi ha lasciata perplessa però, è che il film appaia (e sottolineo “appaia”) intriso della più becera e scontata misoginia.

Buona parte dell’ambiguità sta in questo: il femminile è corpo erotizzato da umiliare socialmente (vedi rapatura della testa di un’impiegata), merce e status symbol da possedere in una prospettiva totalmente maschile. Ora, il problema di questo film è che la critica al sistema di consumo, alla strumentalizzazione dell’Altro, ai rapporti di potere che si fondano sulla subalternità del femminile (con la complicità di certe donne), è una critica talmente sottile che non si distingue dalla celebrazione.

Si potrebbe sostenere, come tenta di fare il recensore de Il Manifesto, che Scorsese rappresenti la “realtà” di quel contesto degli anni ’80, magari per evidenziare criticamente l’intreccio sesso-denaro e indagare il rapporto col femminile, offrendo spunti di riflessione anche sul presente: il “desiderio maschile” a cui si accenna timidamente nella recensione.

Al contrario, qualche critica americana ha voluto leggere il film (ed è un tentativo interessante), addirittura come una “feroce condanna dell’ipermascolinità e della misoginia”, ma – e qui sta il problema – questo solo “una volta capito che il film condanna il comportamento del protagonista”. Il punto però, è che questo nel film non si capisce. Il protagonista rimane fino alla fine un personaggio seducente e accattivante: anche se stupra e picchia la moglie, questi episodi sembrano essere messi lì per drammatizzare la caduta dell’eroe, che verso la fine del film assume la tragicità dell’anti-eroe.

Se l’intenzione era quella di esplorare il desiderio maschile o addirittura di condannare la misoginia, il film fallisce, per via dell’evidente autocompiacimento di certe scene misogine nella migliore tradizione porno mainstream-conservatrice. La stragrande maggioranza del pubblico eteromaschile al cinema ha pensato: “Bravo! anch’io lo farei al posto suo, evvai!” – cioè l’insistenza morbosa sui corpi femminili brutalmente oggettificati non viene fuori come critica, ma al contrario come legittimazione (amara o meno che sia) dello stato di cose. Del desiderio femminile nessuna traccia, non è rilevante. Del punto di vista delle prostitute, niente. Gran parte dei maschi etero al cinema ha riso, sbavato e sguazzato nella misoginia sessuomaniacale di quelle scene: semplicemente confermavano la loro visione di mondo. Questo per me dimostra ciò che non ha funzionato nella rappresentazione sesso-denaro-potere di Scorsese. Finisce per confermare, non criticare, l’esistente.

Se fosse vero che c’era l’intenzione di indagare il “desiderio maschile”, se ci fosse una riflessione su economia, sesso e potere, Scorsese avrebbe potuto scegliere una prospettiva diversa da quella tradizionale. Come mai gli unici due personaggi femminili che non siano amanti/mogli/proprietà – cioè i personaggi minori della giudice e di un’avvocata – sono rappresentati da bruttone racchissime e minacciose, ricorrendo agli stereotipi caricaturali più triti, quelli da Vacanze di Natale?

Penso al recente American Hustler, di David O. Russel, un film con un anti-eroe simile, un altro truffatore americano, dove i personaggi femminili però sono complessi e interessanti.

Solo in una brevissima scena minore in The Wolf c’è una – dicasi una – broker donna, che puntualmente viene rappresentata nel ruolo di povera madre-single salvata dal nostro eroe che paternalisticamente “crede in lei”. Il resto del femminile sono tette, culi, pompini (che – attenzione! – mi starebbe benissimo, narrato criticamente, sconvolgendo la prospettiva, e non normativamente come qui).

C’è solo un vago tentativo, subito abbandonato, di problematizzare il desiderio maschile e rappresentare pratiche erotiche non-normative: un brevissimo flashback in cui il protagonista è cliente di una Dominatrix con relative pratiche sado-maso. Appena un accenno e non se ne parla più. Per il resto, tette, culi e pompini sono offerti con tradizionale compiacimento (altro che riflessione sul desiderio maschile) allo sguardo dei maschi etero: la messa in questione, il messaggio critico-metaforico, se ci sono, vengono superati da quello letterale. Perché il pubblico medio, americano o italiano, alla fine vede solo il corpo oggettificato, non la riflessione sul corpo oggettificato. Anche la maggioranza di critici e intellettuali, di solito gender-blind, vede queste rappresentazioni del femminile come “naturali”, scontate, innocue. L’argomento del desiderio maschile e del nodo sesso-denaro è troppo bruciante qui in Italia, e si vede pure da una recensione nel Manifesto, dove speravo in uno sguardo più audacemente critico. Solo il sociologo Alberto Abruzzese nella sua bella recensione “I demoni che siamo” fa un’acuta osservazione proprio sulle diverse percezioni di spettatore e spettatrice. Si rivolge a chi ha visto il film:

Tu, se hai goduto senza inibizione alcuna, è certo che sei di genere (o magari sensibilità) maschile, per la semplice ragione che in materia di volontà di potenza le tecnologie falliche – come le forme di produzione del tardo-capitalismo – dominano ancora il campo dei conflitti di potere. Hai goduto senza immaginarti quella parte di donne che da tempo si sono davvero staccate dalla tua costola, e quindi senza domandarti se loro si siano divertite come te mentre si vedevano fatte carne da macello.

Sono d’accordo: le donne (mi correggo: alcune donne) non si divertono affatto come gli uomini guardando il film. In altre parole: è un film per maschi, che si rivolge al maschile dominante. E finisce per strizzargli l’occhio, anziché fare domande.

Non a caso, infatti, c’è anche un sacco di omosocialità e omoerotismo, per lo più inconsapevole. L’omosessualità maschile nel film, poi, meriterebbe un’analisi a parte.

Alla fine, e lo dico come provocazione, non si coglie chiaramente come, e in che misura, l’operazione di Scorsese nel rappresentare corpi oggettificati sia diversa da quelle che fanno, per dire, i fratelli Vanzina. Visto che il rapporto col femminile e col sesso era così centrale nella vicenda, il vecchio Scorsese avrebbe potuto trattarlo diversamente, da una prospettiva meno tradizionale, per dire qualcosa di nuovo, per problematizzare. Bei tempi, quelli di Taxi Driver.

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