il donnismo imperversa, il femminismo queer resiste: la retorica del rosa nell’Italia che reprime il dissenso

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Nello stesso giorno in cui le Collettive Femministe Queer vengono cacciate dal MilanoPride, insultate e spintonate in malo modo dai partecipanti stessi e allontanate dalla DIGOS con la benedizione del sindaco Sala, al grido di ‘questa è la Milano che voglio’, la nazional-cantantessa Carmen Consoli, in un’intervista sull’Huffington Post (25/06/2016) intitolata Le donne devono comandare perché su cummannere, proclama: “Se dovessi tornare nel Medioevo … probabilmente finirei su un palo bruciata”.
i am a feminist witch

Malgrado non sia subito evidente, c’è una relazione tra questi due fatti. Mentre il femminismo queer e ogni controdiscorso critico vengono zittiti, la potente retorica del DONNISMO imperversa, si appropria dell’immaginario delle lotte del femminismo storico e lo svuota di significati politici: al contempo invisibilizza il termine “femminismo” (evitato come la peste da Consoli, che nel Medioevo più che strega sarebbe stata la madre cumannera dell’Inquisitore), oppure ne manipola il significato appropriandosi del significante (il giornalista Feltri, vedi sotto).

Il donnismo di Carmen Consoli (Huffington Post)soldatessa

Legittimata dai media, Consoli prende la parola, come spesso fa, per parlare di donne – chi meglio di lei, che si presenta con il suffisso rosa “cantantessa“, che fa tanto, ma tanto Donna? (dibattito sul linguaggio non sessista degli ultimi vent’anni in Italia, non pervenuto).

Nell’intervista sull’Huffington, in mezzo ad alcune sue affermazioni del tutto ragionevoli (per es. che le donne non vadano giudicate in quanto donne, salvo farlo lei stessa due righe dopo) spiccano alcune perle rosa:

– “Dobbiamo smettere di lottare per emanciparci perché siamo già emancipate”

– “Sono donna e comando perché sugnu cumannera” [in dialetto catanese, donna AUTORITARIA, la “matriarca” mediterranea che comanda su marito e figl*]. Orgogliosa di questo bel modello femminile, chiama poi le neo-sindache di Roma e Torino “queste signorine”.

– Di violenza sulle donne, poi, “sui giornali e in televisione se ne parla in maniera eccessiva” – invece, ci informa Consoli, occorre più “cultura”, poiché “l’arte… salva il mondo”. In altre parole, la retorica liberal-vittimista delle sue canzoni, impegnate su questo tema, ci eleva moralmente in funzione salvifica (e, incidentalmente, le fa vendere dischi, così come alle sue amiche Malmaritate, che si affannano a dichiararsi non femministe, mentre cantano delle povere donne uccise, di cui si è già detto qui).

Quest’amena accozzaglia di concetti confusi sarebbe solo da ignorare, se non fosse che alimenta il discorso pubblico mirato a depoliticizzare e delegittimare il femminismo per sostituirlo col donnismo – eredità del pensiero della differenza anni ’80 in versione divulgativa, rivisitato in salsa snoq neoliberista attraverso la retorica del rosa istituzionale.

M. Feltri confonde femmina con femminismo (La Stampa)

smash patriarchy anarchyA conferma della crescente visibilità del discorso donnista in Italia basti guardare alla manipolazione del termine “femminismo” operata dal giornalista Mattia Feltri su La Stampa, il quale ha intitolato il suo delirio articolo sull’elezione di Raggi (7/06/2016) Se Roma si scopre femminista. In questa confusione tutta italica tra “FEMMINA” e “FEMMINISTA” su un’autorevole testata nazionale sono gettati alla rinfusa termini quali “truppa virile”, “maschietti”, “femmina” e “patriarcato” (a proposito di patriarcato, il giornalista è il figlio di Vittorio Feltri).

Tutt* noi – donne, uomini, cis e trans, di qualunque orientamento sessuale – che ci riconosciamo in una qualche forma di lotta politica intersezionale legata alla parola incandescente femminismo dovremmo riflettere sulla progressiva erosione del termine, cooptato nella retorica del rosa da uomini e donne nel discorso mainstream italiano.

Reclaim feminism!

Se queste sono le dinamiche del discorso pubblico – e se questo è il livello della repressione, anche violenta, di ogni dissenso e controdiscorso prodotto da “soggetti eccentrici” – sarà sempre più difficile, e quindi più necessario, affermare l’esistenza di una pluralità di femminismi, e lottare per un femminismo queer antifascista, anticapitalista, antirazzista, antispecista, critico di ogni eteropatriarcato e omonormatività.

witch e goatNoi siamo le streghe medievali e moderne sul sangue delle quali, come scrive Libera Voler, “si è firmato il patto tra il patriarcato e il capitalismo che ancora oggi chiamiamo società. State sicuri che siamo ancora incazzate e che stanotte o un’altra vi verremo a prendere”.

Solidarietà al femminismo queer di chi è stata cacciata dal corteo al MilanoPride, perché crea turbolenza, dis-turba, fa paura.

Try again, Fail again, Fail Better.

milano pride

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Le NON-femministe amiche di Carmen Consoli: la retorica rosa dell”universo femminile’ contro le lotte femministe

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Mi dispiace per i/le fan di Carmen Consoli, ma ecco un esempio di de-politicizzazione, strumentalizzazione e marketing spudorato della violenza sulle donne: il progetto musicale delle Malmaritate, artiste catanesi, sponsorizzato dalla “cantantessa” etnea. Tengono concerti l’8 marzo e hanno fatto uscire il loro album il 25 novembre, parlano di violenza domestica, di “voler dare voce alle donne”. La copertina del cd ritrae una donna velata dagli occhi seducenti prigioniera dietro una grata. Ma attenzione…! In ogni intervista che rilasciano, ci tengono a precisare che “NON è un progetto femminista“, “NON c’è femminismo in questo… ma una grande autostima, reale” (sic), come si legge qui. Ancora, in un articolo sul quotidiano La Sicilia del 26 novembre 2014 la produttrice dell’album, Elena Guerriero, dichiara che il messaggio che vogliono lanciare “NON è femminista” ma: “E’ un viaggio tra i meravigliosi ma anche tortuosi percorsi dell’universo femminile, durante il quale confideranno al pubblico i loro più intimi segreti e sogni“.

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femministe italiane negli anni ’70

 Tutto questo sbracciarsi per dissociarsi dalla parola “femminista” è in effetti coerente – non si sa quanto consapevolmente – con lo sfruttamento in senso consumista-neoliberale di un argomento tanto “di moda”, la violenza sulle donne, e di una data, il 25 novembre, di cui sarebbe bene andarsi a ripassare la storia e il senso. Che iniziative come queste ribaltano del tutto.

Ricordo alle artiste impegnate a viaggiare nell”universo femminile”, che la commemorazione del 25 novembre:

ha avuto origine nel 1980, durante il primo Incontro Internazionale Femminista, celebrato in Colombia, quando la Repubblica Dominicana propose questa data in onore delle tre sorelle dominicane Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, uccise il 25 novembre 1960 in un agguato filo-governativo mentre andavano a trovare i mariti, detenuti politici, in carcere.

Le sorelle Mirabal furono uccise dal servizio di informazione militare perché dissidenti del regime del dittatore Trujillo. Il resto della storia e illuminanti considerazioni qui.

Prima che mi si faccia l’ovvia obiezione: no, non c’è assolutamente nulla di male nel dichiararsi non femministe. Però queste persone scelgono appositamente il 25 novembre e il tema della violenza sulle donne, lo usano per incentrarvi tutto il loro progetto, per scriverci canzoni e vendere dischi. E non è che magari tacciono sul femminismo, che già sarebbe intellettualmente disonesto. No, ci tengono proprio a nominarlo, a chiamarlo in causa, per dissociarsene. Resta il fatto innegabile che il tema del loro progetto è (o era, prima di essere fagocitato da altre forze) una specifica questione femminista, che esiste grazie al femminismo.

goliarda sapienza

Vista questa premessa, cioè l’intenzionale disconoscimento delle lotte femministe, appare altrettanto sospetta la (prevedibile) appropriazione, sempre da parte di questo progetto musicale (come si suol dire “al” femminile), della figura di Goliarda Sapienza la cui scrittura – forse non lo sanno – all’estero è oggetto di convegni internazionali organizzati da studiose femministe e che in Italia e in Sicilia fa tanto colore locale donnesco. Per fortuna ci sono a Catania gruppi femministi come Le Voltapagina che, auto-organizzate e auto-finanziate, hanno contrastato l’assordante silenzio istituzionale del Comune, collocando una targa con il nome di Goliarda Sapienza in una piazzetta del suo quartiere di San Berillo, il 25 novembre. Facendo un’orgogliosa azione di politica FEMMINISTA. Come si legge qui.

 Auto-definirsi è una questione di libertà, ma vuol dire anche dichiarare il proprio posizionamento politico: ovvio che ognuna si definisca come meglio crede. Le Malmaritate non sono femministe. E si vede. La retorica dell’universo femminile, dell’altra metà del cielo, del colore rosa fa parte di discorsi normativi, di dispositivi di potere che servono solo a rafforzare lo status quo.

Malmaritate

immagine tratta da siciliainrosa.it – articolo “Il segreto delle Malmaritate” 10/12/14

A ciò è funzionale anche l’iconografia scelta: l’ennesima, patinata, estetizzazione della vittima, qui pure con tocco orientalista e neocolonialista. Non a caso rilanciata da certo giornalismo rosa (il “magazine delle donne siciliane” Sicilia in rosa) che descrive la figura “misteriosa e intrigante” della copertina delle Malmaritate come:

“donna prigioniera di un destino funesto che nient’altro può fare se non cantare le sue pene”.

Perfetta produzione della “vittimità” – il femminile associato a fatalismo e vittimismo, vittima eterna – una produzione discorsiva della categoria “donna” sulla quale occorre chiedersi: a chi serve? a quali politiche istituzionali è funzionale?

Queste sono le operazioni ideologiche che si fanno con l’istituzionalizzazione e la commercializzazione della violenza sulle donne – operazioni mistificanti, che tante persone, donne e uomini, con buonissime intenzioni, probabilmente non noteranno, distratte dalla “bontà della causa”… Invece queste operazioni (e ce ne sono state tante il 25 novembre) vanno smontate e denunciate.

Sarebbe interessante chiedere alle Malmaritate di cosa hanno paura e che cosa le disturbi tanto nel termine femminista. Forse intendevano dissociarsi dalla visione stereotipata e volutamente distorta che certun* fanno circolare del femminismo (odio per gli uomini, sete di potere di donne rampanti, o isteriche, o brutte e pelose, che non fanno abbastanza sesso…)? Sarebbe cioè, il discorso antifemminista della recente campagna statunitense “womenagaistfeminism“? Forse avevano paura che il loro cd associato a questa brutta parola non vendesse?

Non è dato saperlo, magari incarichiamo Samanta Cristoforetti di chiederglielo, se le dovesse incontrare lassù, nello spazio, nell’“universo femminile”. Quaggiù intanto le lotte femministe vengono delegittimate, le donne muoiono ammazzate e si fa marketing sulla loro pelle.

N.B.: ringrazio per le notizie e lo scambio di idee la giornalista Claudia Campese di Meridionews, “Le Voltapagina” Sara Catania Fichera, Manuela Fisichella e Clotilde Pecora Caruso e il blog incrocidegeneri.

La Macchina Mestruante di SPUTNIKO! – artista cyberfemminista giapponese

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Nel lontano 1985, in quel testo rivoluzionario che è stato A Cyborg Manifesto, Donna Haraway immaginava un mondo cyborg in cui

le persone non hanno paura del loro stretto legame di parentela con animali e macchine, non hanno paura di identità permanentemente parziali e punti di vista contraddittori.

Nel 2014, però, predominano ancora i discorsi di certo ecofemminismo antitecnologico ed essenzialista: quei luoghi comuni che concepiscono “La Donna” come Natura, Terra, fertilità, materno, divinità cosmica, sorgente di vita e simili new-agismi che in rete si accompagnano di solito a foto di fiori e tramonti. Il fascino “empowering” che questi discorsi comprensibilmente esercitano su molte donne nasconde in realtà una pericolosa deriva conservatrice, la tendenza a naturalizzare il genere e ricadere nel determinismo biologico (con il corollario che genere = donna).

Per fortuna, malgrado siano passati quasi trent’anni dal Manifesto Cyborg, anche il cyberfemminismo è ancora vivo e “vegeto” (o dovrei dire “macchinico”).

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Sputniko!, artista, performer, informatica e scienziata giapponese, dimostra – divertendosi/ci – le potenzialità (culturali e politiche) dell’ibridismo macchina-organismo, in una serie di lavori che la stanno rendendo famosa. Sputniko! ha partecipato qualche giorno fa a Transmediale/festival di arte e cultura digitale di Berlino. A gennaio è stata nominata nella lista delle 100 personalità giapponesi più importanti dalla rivista Nikkei Business Magazine. Qui il suo sito ufficiale.

Un paio di video incentrati sulle macchine da lei inventate sono di grande potenza simbolica: un’idea geniale è alla base del video The Moonwalk Machine, che mostra un macchinario telecomandato in grado di creare su una simulata superficie lunare l’impronta di una scarpa da donna col tacco, scalzando ironicamente la leggendaria orma maschile dello scarpone di Armstrong.

Sputniko! Lunar Girl

Dalla postazione al computer nella sua stanzetta-monovano, tra un cibo precotto e mutandine appese ad asciugare, una ragazzina esperta di tecnologia progetta e costruisce la macchina che reinventerà la Storia della “conquista” umana/maschile dello spazio. Non mancano ironici rimandi a David Bowie (“non sarà Major Tom, mi dispiace, a scrivere questa storia super-cosmica!”), e l’ispirazione di una tarantiniana guerriera spaziale di nome Lunar Girl. Super!

Prevedibilmente più controversa e sconcertante l’operazione della Menstruation Machine (reazione più comune, magari anche divertita, dei miei amici maschi al solo sentirne parlare: “che schifo!!!”). Il video ha per protagonista il giovane travestito Takashi che grazie alla super-tecnologica apparecchiatura proverà come ci si sente ad avere le mestruazioni. Più che il video di per sé (forse un po’ meno riuscito di Moonwalk), Menstruation Machine – Takashi’s Take, è interessante l’idea alla base di questa operazione fortemente ironica e provocatoria, che la stessa Sputniko! riassume così: (qui l’originale inglese)

E’ il 2010, quindi perché gli esseri umani hanno ancora le mestruazioni?

Come artista donna mi sono posta questa questione affascinante da risolvere.

Quando la pillola anticoncezionale fu commercializzata negli anni ’60, fu pensata per mantenere una settimana di mestruazioni in cui non si prendeva la pillola. Questo perché i medici ritennero che le donne che la usavano avrebbero considerato la mancanza totale di mestruazioni come qualcosa di preoccupante e inaccettabile. Sono passati 50 anni da allora e la moderna tecnologia ha realizzato molto altro – viaggi spaziali, telefoni cellulari, internet, clonazioni e cibi geneticamente modificati – ma le donne sanguinano ancora. Sono state recentemente sperimentate delle nuove pillole, come Lybrel e Seasonique, che riducono la frequenza delle mestruazioni da zero a 4 volte all’anno, ma non sono ancora molto diffuse. (…)

Allora, cosa vuol dire la Mestruazione, biologicamente, culturalmente e storicamente, per gli esseri umani? Chi potrebbe scegliere di averla, e come potrebbe averla? La Macchina Mestruante – fornita di un dispensatore di sangue e di elettrodi che stimolano il basso addome – simula il dolore e il sanguinamento di un processo di mestruazioni di 5 giorni. La macchina è stata realizzata con il supporto scientifico del Professore Jan Brosens del Dipartimento di Medicina dell’Imperial College di Londra.

Il video musicale ha come protagonista il giovane travestito Takashi, che un giorno decide di indossare le “Mestruazioni” nel tentativo di vestirsi biologicamente da donna, essendo insoddisfatt* dall’apparire donna solo esteticamente. Il video (…) ha provocato un fenomeno virale con discussioni molto accese e 100.000 visualizzazioni su YouTube in una sola settimana.

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La Macchina Mestruante di Sputniko! indossata dal giovane Takashi permette di intravedere una creatura post-genere, dalle identità multiple. Il/la cyborg è una creatura paradossale, ironica, rivoluzionaria, che sfida il pensiero binario. Proprio in quanto ibrido di macchina e organismo, come nota Gianfranca Balestra:

consente di superare le dicotomie tra umano e meccanico, natura e cultura, maschile e femminile, normale e alieno, psiche e materia, ecc.

Un coro di voci scettiche si alzerà per dire che si tratta (nella migliore delle ipotesi) di assurdità, di utopia. Ma a me l’utopia piace. E concordo appassionatamente con Judith Butler quando dice che nessuna rivoluzione politica è possibile senza che si sposti radicalmente la nozione che ognuno e ognuna ha di ciò che è reale e di ciò che è possibile”.

E poi, si sa, in qualche modo noi siamo già cyborg. Il telefono, la tastiera o il mouse che in questo momento tocchiamo sono parte di noi, e noi parte di loro (per non parlare delle tecnologie biomediche).

Quindi grazie a Sputniko! e al cyberfemminismo tutto, perché fanno intravedere la possibilità di sovvertire il concetto di genere, ma anche quelli di specie, di razza, di classe, di nazione.

Ora disconnetto le dita dalla tastiera, il gatto dalle gambe, e vado a mangiarmi un cibo precotto.

NOTE:

– La traduzione delle citazioni di Donna Haraway e di Sputniko! sono mie. La traduzione di Judith Butler è quella della splendida edizione di Sergia Adamo, Laterza 2013.

– Ringrazio Tiziana Terranova che da Berlino mi ha segnalato l’artista.

The Wolf: tette, culi e l’ambiguità di Scorsese

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The Wolf, l’ultimo film di Scorsese con Leonardo DiCaprio è stato definito da un  critico del Manifesto “epico”, “il miglior film dell’anno”. La recensione ne parla come di un'”amara istantanea (…) dell’oligarchia finanziaria”, “tra il demenziale e il teatro dell’assurdo”.

Amara istantanea? Teatro dell’assurdo? Senza scomodare Beckett o Pinter, io so solo che al cinema i giovani maschi seduti accanto a me ridacchiavano, tutti eccitati, dandosi gomitate, complici dell’eroe del film che enumerava le sue “proprietà”: una Ferrari bianca e una moglie bonissima, che gli fa i pompini mentre lui guida la suddetta Ferrari bianca. Non so quanto di “amaro” trasparisse nella scena e nelle successive. E questo è il punto che mi lascia perplessa nel film di un grande regista come Scorsese.

La storia è interessante, la narrazione inefficace: a parte il fatto che non vi sia approfondimento storico, il problema è che il punto di vista, almeno sulle questioni di genere, è molto ambiguo. Sia chiaro: non che debba esserci per forza una “morale” in un film, ma sembra Scorsese stesso a volerla dare, senza però chiarire quale sia.

[attenzione: spoilers!]

La recitazione di DiCaprio è, sì, magistrale – anche se il ritmo forsennato non si tiene per 3 ore (solo Tarantino sembra saperlo fare ultimamente). Ciò che mi ha lasciata perplessa però, è che il film appaia (e sottolineo “appaia”) intriso della più becera e scontata misoginia.

Buona parte dell’ambiguità sta in questo: il femminile è corpo erotizzato da umiliare socialmente (vedi rapatura della testa di un’impiegata), merce e status symbol da possedere in una prospettiva totalmente maschile. Ora, il problema di questo film è che la critica al sistema di consumo, alla strumentalizzazione dell’Altro, ai rapporti di potere che si fondano sulla subalternità del femminile (con la complicità di certe donne), è una critica talmente sottile che non si distingue dalla celebrazione.

Si potrebbe sostenere, come tenta di fare il recensore de Il Manifesto, che Scorsese rappresenti la “realtà” di quel contesto degli anni ’80, magari per evidenziare criticamente l’intreccio sesso-denaro e indagare il rapporto col femminile, offrendo spunti di riflessione anche sul presente: il “desiderio maschile” a cui si accenna timidamente nella recensione.

Al contrario, qualche critica americana ha voluto leggere il film (ed è un tentativo interessante), addirittura come una “feroce condanna dell’ipermascolinità e della misoginia”, ma – e qui sta il problema – questo solo “una volta capito che il film condanna il comportamento del protagonista”. Il punto però, è che questo nel film non si capisce. Il protagonista rimane fino alla fine un personaggio seducente e accattivante: anche se stupra e picchia la moglie, questi episodi sembrano essere messi lì per drammatizzare la caduta dell’eroe, che verso la fine del film assume la tragicità dell’anti-eroe.

Se l’intenzione era quella di esplorare il desiderio maschile o addirittura di condannare la misoginia, il film fallisce, per via dell’evidente autocompiacimento di certe scene misogine nella migliore tradizione porno mainstream-conservatrice. La stragrande maggioranza del pubblico eteromaschile al cinema ha pensato: “Bravo! anch’io lo farei al posto suo, evvai!” – cioè l’insistenza morbosa sui corpi femminili brutalmente oggettificati non viene fuori come critica, ma al contrario come legittimazione (amara o meno che sia) dello stato di cose. Del desiderio femminile nessuna traccia, non è rilevante. Del punto di vista delle prostitute, niente. Gran parte dei maschi etero al cinema ha riso, sbavato e sguazzato nella misoginia sessuomaniacale di quelle scene: semplicemente confermavano la loro visione di mondo. Questo per me dimostra ciò che non ha funzionato nella rappresentazione sesso-denaro-potere di Scorsese. Finisce per confermare, non criticare, l’esistente.

Se fosse vero che c’era l’intenzione di indagare il “desiderio maschile”, se ci fosse una riflessione su economia, sesso e potere, Scorsese avrebbe potuto scegliere una prospettiva diversa da quella tradizionale. Come mai gli unici due personaggi femminili che non siano amanti/mogli/proprietà – cioè i personaggi minori della giudice e di un’avvocata – sono rappresentati da bruttone racchissime e minacciose, ricorrendo agli stereotipi caricaturali più triti, quelli da Vacanze di Natale?

Penso al recente American Hustler, di David O. Russel, un film con un anti-eroe simile, un altro truffatore americano, dove i personaggi femminili però sono complessi e interessanti.

Solo in una brevissima scena minore in The Wolf c’è una – dicasi una – broker donna, che puntualmente viene rappresentata nel ruolo di povera madre-single salvata dal nostro eroe che paternalisticamente “crede in lei”. Il resto del femminile sono tette, culi, pompini (che – attenzione! – mi starebbe benissimo, narrato criticamente, sconvolgendo la prospettiva, e non normativamente come qui).

C’è solo un vago tentativo, subito abbandonato, di problematizzare il desiderio maschile e rappresentare pratiche erotiche non-normative: un brevissimo flashback in cui il protagonista è cliente di una Dominatrix con relative pratiche sado-maso. Appena un accenno e non se ne parla più. Per il resto, tette, culi e pompini sono offerti con tradizionale compiacimento (altro che riflessione sul desiderio maschile) allo sguardo dei maschi etero: la messa in questione, il messaggio critico-metaforico, se ci sono, vengono superati da quello letterale. Perché il pubblico medio, americano o italiano, alla fine vede solo il corpo oggettificato, non la riflessione sul corpo oggettificato. Anche la maggioranza di critici e intellettuali, di solito gender-blind, vede queste rappresentazioni del femminile come “naturali”, scontate, innocue. L’argomento del desiderio maschile e del nodo sesso-denaro è troppo bruciante qui in Italia, e si vede pure da una recensione nel Manifesto, dove speravo in uno sguardo più audacemente critico. Solo il sociologo Alberto Abruzzese nella sua bella recensione “I demoni che siamo” fa un’acuta osservazione proprio sulle diverse percezioni di spettatore e spettatrice. Si rivolge a chi ha visto il film:

Tu, se hai goduto senza inibizione alcuna, è certo che sei di genere (o magari sensibilità) maschile, per la semplice ragione che in materia di volontà di potenza le tecnologie falliche – come le forme di produzione del tardo-capitalismo – dominano ancora il campo dei conflitti di potere. Hai goduto senza immaginarti quella parte di donne che da tempo si sono davvero staccate dalla tua costola, e quindi senza domandarti se loro si siano divertite come te mentre si vedevano fatte carne da macello.

Sono d’accordo: le donne (mi correggo: alcune donne) non si divertono affatto come gli uomini guardando il film. In altre parole: è un film per maschi, che si rivolge al maschile dominante. E finisce per strizzargli l’occhio, anziché fare domande.

Non a caso, infatti, c’è anche un sacco di omosocialità e omoerotismo, per lo più inconsapevole. L’omosessualità maschile nel film, poi, meriterebbe un’analisi a parte.

Alla fine, e lo dico come provocazione, non si coglie chiaramente come, e in che misura, l’operazione di Scorsese nel rappresentare corpi oggettificati sia diversa da quelle che fanno, per dire, i fratelli Vanzina. Visto che il rapporto col femminile e col sesso era così centrale nella vicenda, il vecchio Scorsese avrebbe potuto trattarlo diversamente, da una prospettiva meno tradizionale, per dire qualcosa di nuovo, per problematizzare. Bei tempi, quelli di Taxi Driver.

Amanda Palmer e la tetta che scappa

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[originariamente pubblicato su Abbatto i Muri]

Il tempo è adesso: come sovvertire il sessismo dei media con ironia e nudità autodeterminata

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Per chi non la conosce, Amanda Palmer è una cantante, compositrice e performer americana: “la vera ragazza cattiva che Lady Gaga vorrebbe essere”. Incidentalmente, suo marito è Neil Gaiman, uno dei più apprezzati scrittori inglesi contemporanei.

Il 28 giugno scorso Amanda si è esibita al famoso festival annuale di Glastonbury, in Inghilterra. Viene fotografata mentre canta, con il reggiseno casualmente fuori posto che rivela un seno. Il tabloid inglese Daily Mail pubblica subito uno scoop con la fotografia “osé” titolando con un gioco di parole (“making a boob of herself”) che rimanda all’idea del “fare la figura di una scema” e insieme all’idea di “tetta” erotizzata. Il sottotitolo spiega che una “tetta” le è “scappata dal reggiseno” e l’articolo la descrive come “vittima di un imbarazzante errore nell’abbigliamento”. Senza accennare alla musica dell’artista, il Daily Mail, sfoderando il suo migliore sessismo scandal-voyueuristico, si concentra sulla parte del corpo di Amanda esposta al pubblico ludibrio, con grande godimento, si presuppone, di lettori arrapati. Già che c’è, non tralascia di buttare lì un altro ingrediente piccante: la cantante, udite, udite, è pure bisexual.

amanda-palmer_1  Venerdì scorso, 12 luglio, Amanda Palmer scrive una lettera aperta in riposta al Daily Mail, ma invece di inviarla in forma tradizionale, la scrive in forma di canzone (un valzer!) e la canta, indossando un kimono, durante un concerto alla Roundhouse di Londra. Ma non finisce qui. A metà di questa sua performance, riprendendo l’immagine usata dal tabloid della tetta “che scappa dal reggiseno”, canta ridendo…:

OH NO! sento che adesso tutto il corpo mi sta scappando dal kimono!”

…mentre si toglie il kimono restando completamente nuda davanti alla tastiera. Continua a cantare l’altra metà della canzone così. Il testo della canzone (in basso in italiano) contiene frasi dirette come “massa di deficienti misogini!”, “Daily Mail, fottiti”. Soprattutto è chiaro che Amanda Palmer si sta divertendo un sacco.

E ora la parte seria:

In Italia si discute tanto di immagini sessiste: spesso col presupposto del femminile come significante stabile e la categoria “dignità delle donne” come universale morale imposto da certo donnismo in tailleur. La moglie-madre sobriamente vestita che sorridendo serve a tavola marito e figli del Mulino Bianco non provoca altrettanta indignazione di un corpo seminudo. Ma riflessioni su questo sono già state fatte ampiamente da Un altro genere di comunicazioneAbbatto i Muri e Femminismo a Sud 

In un contesto diverso da quello italiano Palmer segnala una possibile alternativa controculturale: anziché derive autoritarie e censorie o richiami alla “dignità” donnesca, lei, da artista, dà una risposta rivoluzionaria e dissacrante, con la geniale ironia, un po’ da sbruffona, che la contraddistingue e che manca del tutto alle seriose, “eroiche”, e diciamo pure destrorse Femen (che operano a loro volta in contesti molto diversi).

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Quella di Amanda (viva Amanda!) è una reinvenzione dell’immaginario come pratica femminista. Il che, peraltro, ha del tutto spiazzato il Daily Mail, ora chiuso nel silenzio – questo sì imbarazzante. Così come spiazzerebbe il nostro Libero che lamenta censure sulla “gnocca”.

Amanda Palmer non avrà letto il saggio di Alessandra Gribaldo e Giovanna Zapperi Lo schermo del potere. Femminismo e visualità nell’Italia contemporanea ma mette in pratica divertendosi proprio ciò che sostengono le studiose:

Se il tempo è adesso, non abbiamo bisogno di redenzione per fare posto a un’immagine di donna integra e dignitosa, quanto piuttosto di reinvenzione.

Amanda reinventa. E in Italia ci sarebbe bisogno di più amandismo e meno snoqqismo.

Se non fosse ancora chiaro cosa intenda con amandismo, basta dare un’occhiata alla brillante carriera artistica di antisessismo dissacrante di Palmer: per esempio l’esilarante pezzo The Map of Tasmania (isola australiana la cui forma triangolare ricorda il monte di Venere), che attacca con feroce ironia i tabù sul pube femminile e relativa peluria.

A proposito di peluria, Amanda non si depila.

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L’ultima parola a lei:

(traduzione della lettera al Daily Mail scritta e cantata da Amanda Palmer qualche giorno fa a Londra)

Caro daily mail,

Sono venuta a conoscenza recentemente

Del fatto che la mia esibizione al festival di Glastonbury è stata da voi gentilmente menzionata.

Lì sul palco facevo una serie di cose tra le quali persino cantare canzoni (come di solito si fa…)

Ma questo avete deciso di tralasciarlo e invece avete fatto un servizio speciale sulla mia tetta.

Caro daily mail,

Esiste una cosa che si chiama motore di ricerca: usatelo!

Se aveste cercato prima le mie tette su google, avreste scoperto che le vostre foto non sono certo un’esclusiva.

Inoltre affermate che il seno mi è scappato dal reggiseno come un ladro in fuga

Come fate a sapere che non stava tentando di prendere un po’ del vostro RARO sole inglese? 

Caro daily mail,

È così triste quello che fate voi tabloid,

Il vostro sforzo per svilire l’immagine delle donne rovina tutta la nostra specie umana.

Ma un fogliaccio è un fogliaccio e lungi da me andare in giro a censurare qualcuno!

OH NO…! sento che adesso tutto il corpo mi sta scappando dal kimono…! 

Caro daily mail,

Massa di deficienti misogini,

Sono stanca di pance ingrassate dalla gravidanza, sbirciatine alla figa, rotoli di carne nei jeans stretti

Dove sono i CAZZI che fanno notizia?

Quando Iggy, Jagger o Bowie vanno in giro in topless non fa notizia

Bla bla bla femminista bla bla bla solite stronzate sul genere bla bla bla

Oh mio dio! Un capezzolo!

Caro daily mail,

Non farete mai nessun articolo su questa serata,

Lo so, perché vi ho chiamato in causa direttamente e ora per voi non ci sarà più gusto ad attaccarmi

Ma grazie ad internet la gente in tutto il mondo può godersi questo discorso

In sintonia con un gruppo di spettatori qui a Londra che non si bevono la propaganda come la vostra

Anche se ci sono milioni di persone che accettano il divieto culturale come lo ponete voi

Ce ne sono moltissime altre che sono perfettamente disposte a vedere i seni nel loro habitat naturale

Resto in trepidante attesa dei vostri colti servizi giornalistici sulle prossime date del tour

Caro daily mail,

fottiti.

Qui il testo inglese nel blog di Amanda.

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[Amanda Palmer, Roundhouse London, 12/07/2013]

Imagine: Amanda Palmer alla Roundhouse, Londra. Gus Stewart/Redferns via Getty Images. Fonte: The Guardian