“Neo-Vittoriane” contro sex workers – Dall’Inghilterra la voce di Laurie Penny sul New Statesman

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I PEGGIORI EFFETTI DELLA PROSTITUZIONE SONO CAUSATI DALLA SUA CRIMINALIZZAZIONE

Il sex work non viene stigmatizzato perché è pericoloso. Il sex work è pericoloso perché è stigmatizzato.

di LAURIE PENNY

[traduzione dell’articolo “The most harfmul effects of prostitution are caused by its criminality” pubblicato il 13 dicembre 2013 sullo storico periodico inglese New Statesman]

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Le tipiche fotografie usate sui giornali a corredo degli articoli sulla prostituzione sono considerate ridicole da chi lavora nell’industria sessuale. Quasi tutti gli articoli di cronaca, studi o commenti sulla prostituzione pubblicati sulla stampa mainstream in questi giorni appaiono accompagnati dall’immagine di un paio di gambe con autoreggenti e tacchi alti, che siano attaccate al corpo di una donna che si appoggia al finestrino di una macchina, o che camminino ondeggiando da sole, a quanto pare senza nessuno che le spinga. E’ un trito stereotipo disumanizzante che riassume precisamente come molti gruppi delle lobby sedicenti “liberali” concepiscano la prostituzione e le persone che la praticano.

Il sex work è un male per le donne. Questa è l’opinione della European Women’s Lobby, un’organizzazione che afferma di parlare per quasi mezzo miliardo di persone, nella sua proposta, presentata al Parlamento Europeo questo mese, per “un’Europa libera dalla prostituzione”.

Sia in Europa che negli Stati Uniti, tutta una serie di nuove leggi che puntano a sopprimere sex work,  pornografia e prostituzione di strada viene lanciata come una zattera nella pericolosa corrente dell’opinione pubblica dove politici privi di scialuppe morali si aggrappano a qualsiasi cosa faccia tenere loro il mento sopra il livello dell’acqua.

Da quando è iniziato questo processo, molt* sex worker, donne e uomini, hanno sfidato la paura di essere denunciat* per parlare pubblicamente delle loro esperienze e chiedere che il loro lavoro sia decriminalizzato. Le loro storie sono spesso molto diverse dalla semplice storiella di vittimizzazione raccontata da chi porta avanti le campagne contro il commercio sessuale. Gruppi come la English Collective of Prostitutes nel Regno Unito e il Red Umbrella Project negli Stati Uniti, per nominarne solo due tra tanti, sono gestiti da sex worker che lottano per avere migliori condizioni di lavoro e protezione dalle violenze. Le voci e le opinioni dei/lle sex worker, però, vengono di solito messe a tacere nei dibattiti mainstream sulla prostituzione.

 

BUONE INTENZIONI?

Ecco la situazione in cui si trovano le prostitute al momento. Le leggi che regolano il sex work sono scritte, nella maggior parte dei casi, da persone che non hanno mai fatto questo lavoro e che non hanno avuto contatti continuativi con chi lo fa. Anche la legislazione fatta con le migliori intenzioni, pensata per prevenire il traffico di donne e ragazze vulnerabili (gli uomini e i ragazzi vulnerabili se la devono vedere da soli), spesso è controproducente, finendo per rendere il commercio sessuale sempre più sotterraneo e invisibile, e dando alla polizia gli strumenti per punire e vittimizzare le donne che lavorano per strada o si mettono in gruppo per ragioni di sicurezza. Nel Regno Unito, quest’anno, una donna malata di cancro, Sheila Farmer, è riuscita a stento ad evitare una condanna per sfruttamento della prostituzione, crimine che le era stato attribuito perché vendeva servizi sessuali in un appartamento insieme ad un’amica per sentirsi più protetta.

In California, è stata da poco approvata la controversa Proposition 35, che mira, ancora una volta, ad eliminare il commercio sessuale. Di conseguenza, le donne che vengono scoperte a vendere sesso possono essere costrette a registrarsi come “sex offenders” (criminali sessuali) e sottoporsi ad un monitoraggio su internet per il resto della loro vita, così come chiunque riceva sostegno economico da loro, inclusi i figli.

(…)

Per una legge che sostiene di essere pensata per proteggere le donne, la Proposition 35 ha tutta l’aria di apparire, guarda caso, uguale ad ogni altra legge nella storia del conservatorismo sessuale e sociale appositamente concepita per proteggere la vita per bene della classe media dagli elementi più “corrotti” della comunità, mandando la polizia a sottrarre a questi ultimi la loro fonte di sostentamento.

Quando le donne “per bene” con un reddito sicuro, prendono posizione per negare l’autodeterminazione e attaccare la moralità delle persone che lavorano in condizioni precarie, come altro dovremmo chiamarlo? L’autrice femminista Ellen Willis, a proposito di questo zelo da salotto per “salvare” le prostitute, le attrici porno e altre donne “perdute”, ha parlato di “neo-vittorianesimo”. La logica contorta alla base di questo tipo di pensiero neo-vittoriano è interessante.

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Prima di tutto, la lobby anti-prostituzione non fa nessuna (o ne fa poca) differenza tra il sex work nell’ambito del quale le prostitute mantengono una misura di autoderterminazione, e la schiavitù moderna del traffico sessuale. Ciò perché, in realtà, è l’elemento “sesso” di per sé che fa venire tanto la puzza sotto il naso nei gelidi corridoi dell’obbrobrio morale borghese. E’ la scuola della cosiddetta liberazione della donna che di base continua a resistere a qualunque analisi sul piano del lavoro o dell’economia: il lavoro non può certo essere il problema, quindi il problema deve essere il sesso.

In realtà, il sex work non è stigmatizzato perché è pericoloso. Il sex work è pericoloso perché è stigmatizzato. Il fatto che un’industria nella quale le lavoratrici vengono criminalizzate e relegate ai margini della società, un’industria in cui alle lavoratrici vengono negati autodeterminazione e controllo, diventerà automaticamente più pericolosa per tutt* coloro che ci lavorano per guadagnarsi da vivere, sembra non contare per chi fa delle leggi per mandare la polizia dalle prostitute “per il loro bene”. Se le sex worker vengono vittimizzate dalla polizia e dal pubblico, se le sex worker devono affrontare livelli più alti di violenza e aggressione sul lavoro, ciò non può che avvenire per la loro scelta morale riprovevole di fare sesso per denaro.

Questo tipo di giudizio morale alimenta il mito, diffuso sia tra i clienti che tra i rappresentanti della legge, che sia impossibile stuprare una prostituta. I gruppi delle cosiddette “femministe radicali” considerano l’alto tasso di violenza e aggressione sessuale tra le sex worker come se fosse la conseguenza naturale e inevitabile della vendita di servizi sessuali, anziché una condizione di lavoro atroce resa notevolmente più grave dal fatto che molte sex worker hanno ancora più paura di altre donne di denunciare lo stupratore alla polizia – specialmente se sono nere, asiatiche o transessuali. E’ come se qualcun* che vende servizi sessuali non dovesse aspettarsi il consenso sul lavoro. Questa negazione assoluta dell’autodeterminazione, della soggettività – gruppi come la European Women’s Lobby usano la definizione al passivo, “donne prostituite”, per riferirsi alle sex worker – è profondamente disumanizzante, specialmente per una campagna che dichiara di agire per i diritti umani.

Quando poi tutti gli altri argomenti si sono esauriti, l’ultimo straccio di ragionamento che ancora tiene su la costumata lobby femminista sessualmente conservatrice è che le donne che non sono d’accordo con le loro argomentazioni devono avere subìto molestie da bambine o essere state traumatizzate sul lavoro, e come tali non vale la pena ascoltarle. La fondatrice di UK Feminista, Kat Banyard, che fa un grande lavoro nel formare attiviste, ha dichiarato sul Guardian che “i tassi astronomici di disordine per stress post-traumatico” tra le sex worker sono la prova del “danno fondamentale che sta alla base di queste transazioni”. Che vi siano ben poche prove che le sex worker siano soggette a livelli più o meno disgustosi di stupro o molestie rispetto alle donne che non vendono servizi sessuali, come dimostra uno studio pubblicato dal Journal of Sex Research, è irrilevante. Troppo spesso, in questi dibattiti, le prostitute sono giudicate incapaci emotivamente o mentalmente di partecipare, ancora prima che a qualcuno venga in mente di invitarle al tavolo della discussione. E’ come se ci fosse una sorta giudizio pregresso. E’ quasi… com’era quella parola?

Ah, sì. Pregiudizio.

La questione non riguarda i dati di fatto, non per le neo-vittoriane. Riguarda la moralità, proprio come duecento anni fa, quando le signore ben intenzionate delle classi alte organizzavano centri di beneficienza per “salvare” le prostitute di strada dal peccato, trovando loro occupazioni alternative come donne delle pulizie negli ospizi per i poveri o a spazzare le strade. Oggi, questo si traduce nella convinzione di certe “benefattrici” che qualsiasi tipo di lavoro, per quanto sfruttato e mal pagato, debba essere meglio del sex work, per il solo fatto che non ha a che fare col sesso… il sesso cattivo, il sesso peccaminoso – il che porta gli evangelizzatori antiprostituzione come Nicholas D. Kristof del New York Times a sostenere (come fa nel libro e documentario Half the Sky, scritto insieme a Sheryl WuDunn) che le donne che attualmente lavorano nelle case di piacere nei paesi emergenti dovrebbero essere incoraggiate a lavorare invece nelle aziende, anche illegali, che sfruttano i/le dipendenti. Perché quello sì che sarebbe un enorme passo avanti.

IL DIRITTO DI SCEGLIERE

Capisco come sia facile scivolare in questo tipo di ozioso ragionamento pseudo-femminista. Per un breve periodo quando avevo poco più di vent’anni, ho preso parte a incontri e manifestazioni di gruppi femministi sessualmente conservatori. Ero stata per breve tempo sedotta dalla loro semplice soluzione all’oppressione di genere: eliminiamo il porno e la prostituzione e il resto seguirà, e le relazioni sociali tra uomini e donne si sistemeranno in una facile eguaglianza. Il ragionamento era che il sex work di per sé è una forma di violenza sessuale alla base della società contemporanea e che eliminandolo ci libereremmo del marcio nei nostri cuori e nelle nostre case.

Quello che mi ha fatto cambiare idea, più di ogni altra cosa, è stato incontrare e frequentare donne e uomini che vendono servizi sessuali per guadagnarsi da vivere e capire che nessun* di loro equivaleva ad un paio di gambe su tacchi alti, senza testa, senza cuore, senza corpo – anche se ciò può essere una delusione per una particolare sottospecie di facoltosi feticisti. Quello che mi ha fatto cambiare idea è stato iniziare ad ascoltare le sex worker, le quali dicono che ciò di cui hanno bisogno è protezione dalla violenza, migliori condizioni lavorative e la possibilità di lavorare senza la paura di essere arrestate, grazie mille. Non ho mai venduto sesso io stessa, quindi come femminista e socialista sono orgogliosa di assumere la mia posizione sul sex work a partire da coloro che ci lavorano di persona, e rendo onore alla loro esperienza.

Il femminismo sessualmente e socialmente conservatore non è l’unico tipo e neanche il tipo dominante di attivismo femminista che c’è in giro. Oggi, molte donne in tutto il mondo si stanno organizzando contro la repressione sessuale e lo slut-shaming, opponendo resistenza alla reazione in atto contro il nostro diritto di scegliere quando, come e con chi lavoriamo, viviamo e scopiamo. Le neo-vittoriane ancora predominano nei gruppi delle lobby e dicono di rappresentare gli interessi delle donne nel cuore dei governi mondiali, ma fuori dalle stanze del potere, le/gli sex worker, i lavoratori e le lavoratrici, le donne nere con reddito basso, stanno protestando a gran voce per farsi sentire.

Però la loro non è la scuola di femminismo che interessa ai governi dell’Europa e dell’America. Oggi, in un periodo di austerità imposta e collasso sociale, sempre più donne e uomini si dedicano al sex work per guadagnarsi da vivere – e queste persone hanno bisogno di protezione, non di ulteriore persecuzione.

[Traduzione di jinny dalloway (i grassetti nel testo, tranne i titoli dei sottoparagrafi, sono miei)].

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3 pensieri su ““Neo-Vittoriane” contro sex workers – Dall’Inghilterra la voce di Laurie Penny sul New Statesman

  1. Dario

    Condivido tutto. Tuttavia la logica del ragionamento potrebbe essere piú stringente, mi pare.

    Il punto vista neo-vittoriano criticato nell’articolo puó essere riassunto cosí:

    1. Il sesso é sacro, quindi puó scaturire solo da un contesto sacro: se non a scopo riproduttivo e all’interno del matrimonio (vittorianesimo), almeno nell’ambito di un rapporto amoroso o anche, perché no, come fine in se stesso, come espressione di un sano e gratuito edonismo (neo-vittorianesimo).

    2. La prostituzione, in quanto scambio non gratuito, viola la sacralitá del sesso, parte dell’essenza umana. É quindi disumanizzante.

    3a. In quanto disumanizzante, la prostituzione va vietata.

    3b. Una prostituta non puó sostenere di essere libera in una scelta che é disumanizzante. Quelle che lo fanno sono incapaci di intendere e di volere.

    A tutto ció si puó obbiettare che niente é sacro di per se. Se c’è qualcosa di sacro é la libertá individuale.

    Anche l’argomento che le prostitute siano per lo piú reduci da traumi sessuali acquista qualche forza solo dal presupposto che il sesso sia sacro. Infatti la connessione tra un trauma e una scelta di vita (ammesso che ci sia) non basta a condannare la scelta. Ad esempio uno studio sui poeti potrebbe dimostrare che sono tutti depressi e traumatizzati – che c’é un “danno fondamentale che sta alla base” della poesia. Non per questo la poesia sarebbe malvagia di per se.

    Penso anche che sia utile distinguere chiaramente gli argomenti di principio da quelli pragmatici. Criminalizzare la prostituzione é sbagliato per principio, e ci sono tanti argomenti che lo dimostrano. Ed é inutile in pratica, perché non limita i danni, e ci sono tanti altri argomenti distinti che lo dimostrano. In questo articolo la distinzione non é chiara.

    Un buon articolo comunque, su un tema importante e paradigmatico.

  2. L’esempio californiano mi sembra abbastanza eloquente.
    Criminali sessuali, quindi nuove opportunità di lavoro per assistenti sociali, psicologi e compagnia bella, tutti impegnati a raddrizzar schiene (clienti compresi, ovvio…)

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