“Neo-Vittoriane” contro sex workers – Dall’Inghilterra la voce di Laurie Penny sul New Statesman

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I PEGGIORI EFFETTI DELLA PROSTITUZIONE SONO CAUSATI DALLA SUA CRIMINALIZZAZIONE

Il sex work non viene stigmatizzato perché è pericoloso. Il sex work è pericoloso perché è stigmatizzato.

di LAURIE PENNY

[traduzione dell’articolo “The most harfmul effects of prostitution are caused by its criminality” pubblicato il 13 dicembre 2013 sullo storico periodico inglese New Statesman]

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Le tipiche fotografie usate sui giornali a corredo degli articoli sulla prostituzione sono considerate ridicole da chi lavora nell’industria sessuale. Quasi tutti gli articoli di cronaca, studi o commenti sulla prostituzione pubblicati sulla stampa mainstream in questi giorni appaiono accompagnati dall’immagine di un paio di gambe con autoreggenti e tacchi alti, che siano attaccate al corpo di una donna che si appoggia al finestrino di una macchina, o che camminino ondeggiando da sole, a quanto pare senza nessuno che le spinga. E’ un trito stereotipo disumanizzante che riassume precisamente come molti gruppi delle lobby sedicenti “liberali” concepiscano la prostituzione e le persone che la praticano.

Il sex work è un male per le donne. Questa è l’opinione della European Women’s Lobby, un’organizzazione che afferma di parlare per quasi mezzo miliardo di persone, nella sua proposta, presentata al Parlamento Europeo questo mese, per “un’Europa libera dalla prostituzione”.

Sia in Europa che negli Stati Uniti, tutta una serie di nuove leggi che puntano a sopprimere sex work,  pornografia e prostituzione di strada viene lanciata come una zattera nella pericolosa corrente dell’opinione pubblica dove politici privi di scialuppe morali si aggrappano a qualsiasi cosa faccia tenere loro il mento sopra il livello dell’acqua.

Da quando è iniziato questo processo, molt* sex worker, donne e uomini, hanno sfidato la paura di essere denunciat* per parlare pubblicamente delle loro esperienze e chiedere che il loro lavoro sia decriminalizzato. Le loro storie sono spesso molto diverse dalla semplice storiella di vittimizzazione raccontata da chi porta avanti le campagne contro il commercio sessuale. Gruppi come la English Collective of Prostitutes nel Regno Unito e il Red Umbrella Project negli Stati Uniti, per nominarne solo due tra tanti, sono gestiti da sex worker che lottano per avere migliori condizioni di lavoro e protezione dalle violenze. Le voci e le opinioni dei/lle sex worker, però, vengono di solito messe a tacere nei dibattiti mainstream sulla prostituzione.

 

BUONE INTENZIONI?

Ecco la situazione in cui si trovano le prostitute al momento. Le leggi che regolano il sex work sono scritte, nella maggior parte dei casi, da persone che non hanno mai fatto questo lavoro e che non hanno avuto contatti continuativi con chi lo fa. Anche la legislazione fatta con le migliori intenzioni, pensata per prevenire il traffico di donne e ragazze vulnerabili (gli uomini e i ragazzi vulnerabili se la devono vedere da soli), spesso è controproducente, finendo per rendere il commercio sessuale sempre più sotterraneo e invisibile, e dando alla polizia gli strumenti per punire e vittimizzare le donne che lavorano per strada o si mettono in gruppo per ragioni di sicurezza. Nel Regno Unito, quest’anno, una donna malata di cancro, Sheila Farmer, è riuscita a stento ad evitare una condanna per sfruttamento della prostituzione, crimine che le era stato attribuito perché vendeva servizi sessuali in un appartamento insieme ad un’amica per sentirsi più protetta.

In California, è stata da poco approvata la controversa Proposition 35, che mira, ancora una volta, ad eliminare il commercio sessuale. Di conseguenza, le donne che vengono scoperte a vendere sesso possono essere costrette a registrarsi come “sex offenders” (criminali sessuali) e sottoporsi ad un monitoraggio su internet per il resto della loro vita, così come chiunque riceva sostegno economico da loro, inclusi i figli.

(…)

Per una legge che sostiene di essere pensata per proteggere le donne, la Proposition 35 ha tutta l’aria di apparire, guarda caso, uguale ad ogni altra legge nella storia del conservatorismo sessuale e sociale appositamente concepita per proteggere la vita per bene della classe media dagli elementi più “corrotti” della comunità, mandando la polizia a sottrarre a questi ultimi la loro fonte di sostentamento.

Quando le donne “per bene” con un reddito sicuro, prendono posizione per negare l’autodeterminazione e attaccare la moralità delle persone che lavorano in condizioni precarie, come altro dovremmo chiamarlo? L’autrice femminista Ellen Willis, a proposito di questo zelo da salotto per “salvare” le prostitute, le attrici porno e altre donne “perdute”, ha parlato di “neo-vittorianesimo”. La logica contorta alla base di questo tipo di pensiero neo-vittoriano è interessante.

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Prima di tutto, la lobby anti-prostituzione non fa nessuna (o ne fa poca) differenza tra il sex work nell’ambito del quale le prostitute mantengono una misura di autoderterminazione, e la schiavitù moderna del traffico sessuale. Ciò perché, in realtà, è l’elemento “sesso” di per sé che fa venire tanto la puzza sotto il naso nei gelidi corridoi dell’obbrobrio morale borghese. E’ la scuola della cosiddetta liberazione della donna che di base continua a resistere a qualunque analisi sul piano del lavoro o dell’economia: il lavoro non può certo essere il problema, quindi il problema deve essere il sesso.

In realtà, il sex work non è stigmatizzato perché è pericoloso. Il sex work è pericoloso perché è stigmatizzato. Il fatto che un’industria nella quale le lavoratrici vengono criminalizzate e relegate ai margini della società, un’industria in cui alle lavoratrici vengono negati autodeterminazione e controllo, diventerà automaticamente più pericolosa per tutt* coloro che ci lavorano per guadagnarsi da vivere, sembra non contare per chi fa delle leggi per mandare la polizia dalle prostitute “per il loro bene”. Se le sex worker vengono vittimizzate dalla polizia e dal pubblico, se le sex worker devono affrontare livelli più alti di violenza e aggressione sul lavoro, ciò non può che avvenire per la loro scelta morale riprovevole di fare sesso per denaro.

Questo tipo di giudizio morale alimenta il mito, diffuso sia tra i clienti che tra i rappresentanti della legge, che sia impossibile stuprare una prostituta. I gruppi delle cosiddette “femministe radicali” considerano l’alto tasso di violenza e aggressione sessuale tra le sex worker come se fosse la conseguenza naturale e inevitabile della vendita di servizi sessuali, anziché una condizione di lavoro atroce resa notevolmente più grave dal fatto che molte sex worker hanno ancora più paura di altre donne di denunciare lo stupratore alla polizia – specialmente se sono nere, asiatiche o transessuali. E’ come se qualcun* che vende servizi sessuali non dovesse aspettarsi il consenso sul lavoro. Questa negazione assoluta dell’autodeterminazione, della soggettività – gruppi come la European Women’s Lobby usano la definizione al passivo, “donne prostituite”, per riferirsi alle sex worker – è profondamente disumanizzante, specialmente per una campagna che dichiara di agire per i diritti umani.

Quando poi tutti gli altri argomenti si sono esauriti, l’ultimo straccio di ragionamento che ancora tiene su la costumata lobby femminista sessualmente conservatrice è che le donne che non sono d’accordo con le loro argomentazioni devono avere subìto molestie da bambine o essere state traumatizzate sul lavoro, e come tali non vale la pena ascoltarle. La fondatrice di UK Feminista, Kat Banyard, che fa un grande lavoro nel formare attiviste, ha dichiarato sul Guardian che “i tassi astronomici di disordine per stress post-traumatico” tra le sex worker sono la prova del “danno fondamentale che sta alla base di queste transazioni”. Che vi siano ben poche prove che le sex worker siano soggette a livelli più o meno disgustosi di stupro o molestie rispetto alle donne che non vendono servizi sessuali, come dimostra uno studio pubblicato dal Journal of Sex Research, è irrilevante. Troppo spesso, in questi dibattiti, le prostitute sono giudicate incapaci emotivamente o mentalmente di partecipare, ancora prima che a qualcuno venga in mente di invitarle al tavolo della discussione. E’ come se ci fosse una sorta giudizio pregresso. E’ quasi… com’era quella parola?

Ah, sì. Pregiudizio.

La questione non riguarda i dati di fatto, non per le neo-vittoriane. Riguarda la moralità, proprio come duecento anni fa, quando le signore ben intenzionate delle classi alte organizzavano centri di beneficienza per “salvare” le prostitute di strada dal peccato, trovando loro occupazioni alternative come donne delle pulizie negli ospizi per i poveri o a spazzare le strade. Oggi, questo si traduce nella convinzione di certe “benefattrici” che qualsiasi tipo di lavoro, per quanto sfruttato e mal pagato, debba essere meglio del sex work, per il solo fatto che non ha a che fare col sesso… il sesso cattivo, il sesso peccaminoso – il che porta gli evangelizzatori antiprostituzione come Nicholas D. Kristof del New York Times a sostenere (come fa nel libro e documentario Half the Sky, scritto insieme a Sheryl WuDunn) che le donne che attualmente lavorano nelle case di piacere nei paesi emergenti dovrebbero essere incoraggiate a lavorare invece nelle aziende, anche illegali, che sfruttano i/le dipendenti. Perché quello sì che sarebbe un enorme passo avanti.

IL DIRITTO DI SCEGLIERE

Capisco come sia facile scivolare in questo tipo di ozioso ragionamento pseudo-femminista. Per un breve periodo quando avevo poco più di vent’anni, ho preso parte a incontri e manifestazioni di gruppi femministi sessualmente conservatori. Ero stata per breve tempo sedotta dalla loro semplice soluzione all’oppressione di genere: eliminiamo il porno e la prostituzione e il resto seguirà, e le relazioni sociali tra uomini e donne si sistemeranno in una facile eguaglianza. Il ragionamento era che il sex work di per sé è una forma di violenza sessuale alla base della società contemporanea e che eliminandolo ci libereremmo del marcio nei nostri cuori e nelle nostre case.

Quello che mi ha fatto cambiare idea, più di ogni altra cosa, è stato incontrare e frequentare donne e uomini che vendono servizi sessuali per guadagnarsi da vivere e capire che nessun* di loro equivaleva ad un paio di gambe su tacchi alti, senza testa, senza cuore, senza corpo – anche se ciò può essere una delusione per una particolare sottospecie di facoltosi feticisti. Quello che mi ha fatto cambiare idea è stato iniziare ad ascoltare le sex worker, le quali dicono che ciò di cui hanno bisogno è protezione dalla violenza, migliori condizioni lavorative e la possibilità di lavorare senza la paura di essere arrestate, grazie mille. Non ho mai venduto sesso io stessa, quindi come femminista e socialista sono orgogliosa di assumere la mia posizione sul sex work a partire da coloro che ci lavorano di persona, e rendo onore alla loro esperienza.

Il femminismo sessualmente e socialmente conservatore non è l’unico tipo e neanche il tipo dominante di attivismo femminista che c’è in giro. Oggi, molte donne in tutto il mondo si stanno organizzando contro la repressione sessuale e lo slut-shaming, opponendo resistenza alla reazione in atto contro il nostro diritto di scegliere quando, come e con chi lavoriamo, viviamo e scopiamo. Le neo-vittoriane ancora predominano nei gruppi delle lobby e dicono di rappresentare gli interessi delle donne nel cuore dei governi mondiali, ma fuori dalle stanze del potere, le/gli sex worker, i lavoratori e le lavoratrici, le donne nere con reddito basso, stanno protestando a gran voce per farsi sentire.

Però la loro non è la scuola di femminismo che interessa ai governi dell’Europa e dell’America. Oggi, in un periodo di austerità imposta e collasso sociale, sempre più donne e uomini si dedicano al sex work per guadagnarsi da vivere – e queste persone hanno bisogno di protezione, non di ulteriore persecuzione.

[Traduzione di jinny dalloway (i grassetti nel testo, tranne i titoli dei sottoparagrafi, sono miei)].

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“Se la scrittura non diventa un’arma, siamo perdut*”

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“…per questo parlo di transfemminismo, perché credo che si debba mettere in discussione la naturalità della divisione sessuale binaria.”

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El Espectador 6 febbraio 2014.

Intervista a Beatriz Preciado

di Sara Malagón Llano

 La filosofa spagnola Beatriz Preciado parla di transfemminismo, teoria queer e della sua esperienza con il testosterone che si è tradotta in un “saggio corporeo” dal titolo Testo Yonqui.

Lei ha studiato filosofia e successivamente ha concluso un dottorato in teoria dell’architettura. Si è dedicata prima all’uno poi all’altro per piacere o crede che ci sia una connessione tra i due?

Da sempre mi sento differente, ho sempre avuto la sensazione di essere fuori dalle norme dato che gli altri mi vedevano come diversa. Fin da piccola mi chiamavano “la lesbica”. Poi, ho trovato nella filosofia un luogo per poter acquisire un insieme di strumenti critici che mi avrebbero permesso di ridefinire le relazioni tra il normale e il patologico. Non ero malato o malata, per questo sentivo di dover ridefinire i termini e…

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La Macchina Mestruante di SPUTNIKO! – artista cyberfemminista giapponese

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Nel lontano 1985, in quel testo rivoluzionario che è stato A Cyborg Manifesto, Donna Haraway immaginava un mondo cyborg in cui

le persone non hanno paura del loro stretto legame di parentela con animali e macchine, non hanno paura di identità permanentemente parziali e punti di vista contraddittori.

Nel 2014, però, predominano ancora i discorsi di certo ecofemminismo antitecnologico ed essenzialista: quei luoghi comuni che concepiscono “La Donna” come Natura, Terra, fertilità, materno, divinità cosmica, sorgente di vita e simili new-agismi che in rete si accompagnano di solito a foto di fiori e tramonti. Il fascino “empowering” che questi discorsi comprensibilmente esercitano su molte donne nasconde in realtà una pericolosa deriva conservatrice, la tendenza a naturalizzare il genere e ricadere nel determinismo biologico (con il corollario che genere = donna).

Per fortuna, malgrado siano passati quasi trent’anni dal Manifesto Cyborg, anche il cyberfemminismo è ancora vivo e “vegeto” (o dovrei dire “macchinico”).

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Sputniko!, artista, performer, informatica e scienziata giapponese, dimostra – divertendosi/ci – le potenzialità (culturali e politiche) dell’ibridismo macchina-organismo, in una serie di lavori che la stanno rendendo famosa. Sputniko! ha partecipato qualche giorno fa a Transmediale/festival di arte e cultura digitale di Berlino. A gennaio è stata nominata nella lista delle 100 personalità giapponesi più importanti dalla rivista Nikkei Business Magazine. Qui il suo sito ufficiale.

Un paio di video incentrati sulle macchine da lei inventate sono di grande potenza simbolica: un’idea geniale è alla base del video The Moonwalk Machine, che mostra un macchinario telecomandato in grado di creare su una simulata superficie lunare l’impronta di una scarpa da donna col tacco, scalzando ironicamente la leggendaria orma maschile dello scarpone di Armstrong.

Sputniko! Lunar Girl

Dalla postazione al computer nella sua stanzetta-monovano, tra un cibo precotto e mutandine appese ad asciugare, una ragazzina esperta di tecnologia progetta e costruisce la macchina che reinventerà la Storia della “conquista” umana/maschile dello spazio. Non mancano ironici rimandi a David Bowie (“non sarà Major Tom, mi dispiace, a scrivere questa storia super-cosmica!”), e l’ispirazione di una tarantiniana guerriera spaziale di nome Lunar Girl. Super!

Prevedibilmente più controversa e sconcertante l’operazione della Menstruation Machine (reazione più comune, magari anche divertita, dei miei amici maschi al solo sentirne parlare: “che schifo!!!”). Il video ha per protagonista il giovane travestito Takashi che grazie alla super-tecnologica apparecchiatura proverà come ci si sente ad avere le mestruazioni. Più che il video di per sé (forse un po’ meno riuscito di Moonwalk), Menstruation Machine – Takashi’s Take, è interessante l’idea alla base di questa operazione fortemente ironica e provocatoria, che la stessa Sputniko! riassume così: (qui l’originale inglese)

E’ il 2010, quindi perché gli esseri umani hanno ancora le mestruazioni?

Come artista donna mi sono posta questa questione affascinante da risolvere.

Quando la pillola anticoncezionale fu commercializzata negli anni ’60, fu pensata per mantenere una settimana di mestruazioni in cui non si prendeva la pillola. Questo perché i medici ritennero che le donne che la usavano avrebbero considerato la mancanza totale di mestruazioni come qualcosa di preoccupante e inaccettabile. Sono passati 50 anni da allora e la moderna tecnologia ha realizzato molto altro – viaggi spaziali, telefoni cellulari, internet, clonazioni e cibi geneticamente modificati – ma le donne sanguinano ancora. Sono state recentemente sperimentate delle nuove pillole, come Lybrel e Seasonique, che riducono la frequenza delle mestruazioni da zero a 4 volte all’anno, ma non sono ancora molto diffuse. (…)

Allora, cosa vuol dire la Mestruazione, biologicamente, culturalmente e storicamente, per gli esseri umani? Chi potrebbe scegliere di averla, e come potrebbe averla? La Macchina Mestruante – fornita di un dispensatore di sangue e di elettrodi che stimolano il basso addome – simula il dolore e il sanguinamento di un processo di mestruazioni di 5 giorni. La macchina è stata realizzata con il supporto scientifico del Professore Jan Brosens del Dipartimento di Medicina dell’Imperial College di Londra.

Il video musicale ha come protagonista il giovane travestito Takashi, che un giorno decide di indossare le “Mestruazioni” nel tentativo di vestirsi biologicamente da donna, essendo insoddisfatt* dall’apparire donna solo esteticamente. Il video (…) ha provocato un fenomeno virale con discussioni molto accese e 100.000 visualizzazioni su YouTube in una sola settimana.

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La Macchina Mestruante di Sputniko! indossata dal giovane Takashi permette di intravedere una creatura post-genere, dalle identità multiple. Il/la cyborg è una creatura paradossale, ironica, rivoluzionaria, che sfida il pensiero binario. Proprio in quanto ibrido di macchina e organismo, come nota Gianfranca Balestra:

consente di superare le dicotomie tra umano e meccanico, natura e cultura, maschile e femminile, normale e alieno, psiche e materia, ecc.

Un coro di voci scettiche si alzerà per dire che si tratta (nella migliore delle ipotesi) di assurdità, di utopia. Ma a me l’utopia piace. E concordo appassionatamente con Judith Butler quando dice che nessuna rivoluzione politica è possibile senza che si sposti radicalmente la nozione che ognuno e ognuna ha di ciò che è reale e di ciò che è possibile”.

E poi, si sa, in qualche modo noi siamo già cyborg. Il telefono, la tastiera o il mouse che in questo momento tocchiamo sono parte di noi, e noi parte di loro (per non parlare delle tecnologie biomediche).

Quindi grazie a Sputniko! e al cyberfemminismo tutto, perché fanno intravedere la possibilità di sovvertire il concetto di genere, ma anche quelli di specie, di razza, di classe, di nazione.

Ora disconnetto le dita dalla tastiera, il gatto dalle gambe, e vado a mangiarmi un cibo precotto.

NOTE:

– La traduzione delle citazioni di Donna Haraway e di Sputniko! sono mie. La traduzione di Judith Butler è quella della splendida edizione di Sergia Adamo, Laterza 2013.

– Ringrazio Tiziana Terranova che da Berlino mi ha segnalato l’artista.

The Wolf: tette, culi e l’ambiguità di Scorsese

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The Wolf, l’ultimo film di Scorsese con Leonardo DiCaprio è stato definito da un  critico del Manifesto “epico”, “il miglior film dell’anno”. La recensione ne parla come di un'”amara istantanea (…) dell’oligarchia finanziaria”, “tra il demenziale e il teatro dell’assurdo”.

Amara istantanea? Teatro dell’assurdo? Senza scomodare Beckett o Pinter, io so solo che al cinema i giovani maschi seduti accanto a me ridacchiavano, tutti eccitati, dandosi gomitate, complici dell’eroe del film che enumerava le sue “proprietà”: una Ferrari bianca e una moglie bonissima, che gli fa i pompini mentre lui guida la suddetta Ferrari bianca. Non so quanto di “amaro” trasparisse nella scena e nelle successive. E questo è il punto che mi lascia perplessa nel film di un grande regista come Scorsese.

La storia è interessante, la narrazione inefficace: a parte il fatto che non vi sia approfondimento storico, il problema è che il punto di vista, almeno sulle questioni di genere, è molto ambiguo. Sia chiaro: non che debba esserci per forza una “morale” in un film, ma sembra Scorsese stesso a volerla dare, senza però chiarire quale sia.

[attenzione: spoilers!]

La recitazione di DiCaprio è, sì, magistrale – anche se il ritmo forsennato non si tiene per 3 ore (solo Tarantino sembra saperlo fare ultimamente). Ciò che mi ha lasciata perplessa però, è che il film appaia (e sottolineo “appaia”) intriso della più becera e scontata misoginia.

Buona parte dell’ambiguità sta in questo: il femminile è corpo erotizzato da umiliare socialmente (vedi rapatura della testa di un’impiegata), merce e status symbol da possedere in una prospettiva totalmente maschile. Ora, il problema di questo film è che la critica al sistema di consumo, alla strumentalizzazione dell’Altro, ai rapporti di potere che si fondano sulla subalternità del femminile (con la complicità di certe donne), è una critica talmente sottile che non si distingue dalla celebrazione.

Si potrebbe sostenere, come tenta di fare il recensore de Il Manifesto, che Scorsese rappresenti la “realtà” di quel contesto degli anni ’80, magari per evidenziare criticamente l’intreccio sesso-denaro e indagare il rapporto col femminile, offrendo spunti di riflessione anche sul presente: il “desiderio maschile” a cui si accenna timidamente nella recensione.

Al contrario, qualche critica americana ha voluto leggere il film (ed è un tentativo interessante), addirittura come una “feroce condanna dell’ipermascolinità e della misoginia”, ma – e qui sta il problema – questo solo “una volta capito che il film condanna il comportamento del protagonista”. Il punto però, è che questo nel film non si capisce. Il protagonista rimane fino alla fine un personaggio seducente e accattivante: anche se stupra e picchia la moglie, questi episodi sembrano essere messi lì per drammatizzare la caduta dell’eroe, che verso la fine del film assume la tragicità dell’anti-eroe.

Se l’intenzione era quella di esplorare il desiderio maschile o addirittura di condannare la misoginia, il film fallisce, per via dell’evidente autocompiacimento di certe scene misogine nella migliore tradizione porno mainstream-conservatrice. La stragrande maggioranza del pubblico eteromaschile al cinema ha pensato: “Bravo! anch’io lo farei al posto suo, evvai!” – cioè l’insistenza morbosa sui corpi femminili brutalmente oggettificati non viene fuori come critica, ma al contrario come legittimazione (amara o meno che sia) dello stato di cose. Del desiderio femminile nessuna traccia, non è rilevante. Del punto di vista delle prostitute, niente. Gran parte dei maschi etero al cinema ha riso, sbavato e sguazzato nella misoginia sessuomaniacale di quelle scene: semplicemente confermavano la loro visione di mondo. Questo per me dimostra ciò che non ha funzionato nella rappresentazione sesso-denaro-potere di Scorsese. Finisce per confermare, non criticare, l’esistente.

Se fosse vero che c’era l’intenzione di indagare il “desiderio maschile”, se ci fosse una riflessione su economia, sesso e potere, Scorsese avrebbe potuto scegliere una prospettiva diversa da quella tradizionale. Come mai gli unici due personaggi femminili che non siano amanti/mogli/proprietà – cioè i personaggi minori della giudice e di un’avvocata – sono rappresentati da bruttone racchissime e minacciose, ricorrendo agli stereotipi caricaturali più triti, quelli da Vacanze di Natale?

Penso al recente American Hustler, di David O. Russel, un film con un anti-eroe simile, un altro truffatore americano, dove i personaggi femminili però sono complessi e interessanti.

Solo in una brevissima scena minore in The Wolf c’è una – dicasi una – broker donna, che puntualmente viene rappresentata nel ruolo di povera madre-single salvata dal nostro eroe che paternalisticamente “crede in lei”. Il resto del femminile sono tette, culi, pompini (che – attenzione! – mi starebbe benissimo, narrato criticamente, sconvolgendo la prospettiva, e non normativamente come qui).

C’è solo un vago tentativo, subito abbandonato, di problematizzare il desiderio maschile e rappresentare pratiche erotiche non-normative: un brevissimo flashback in cui il protagonista è cliente di una Dominatrix con relative pratiche sado-maso. Appena un accenno e non se ne parla più. Per il resto, tette, culi e pompini sono offerti con tradizionale compiacimento (altro che riflessione sul desiderio maschile) allo sguardo dei maschi etero: la messa in questione, il messaggio critico-metaforico, se ci sono, vengono superati da quello letterale. Perché il pubblico medio, americano o italiano, alla fine vede solo il corpo oggettificato, non la riflessione sul corpo oggettificato. Anche la maggioranza di critici e intellettuali, di solito gender-blind, vede queste rappresentazioni del femminile come “naturali”, scontate, innocue. L’argomento del desiderio maschile e del nodo sesso-denaro è troppo bruciante qui in Italia, e si vede pure da una recensione nel Manifesto, dove speravo in uno sguardo più audacemente critico. Solo il sociologo Alberto Abruzzese nella sua bella recensione “I demoni che siamo” fa un’acuta osservazione proprio sulle diverse percezioni di spettatore e spettatrice. Si rivolge a chi ha visto il film:

Tu, se hai goduto senza inibizione alcuna, è certo che sei di genere (o magari sensibilità) maschile, per la semplice ragione che in materia di volontà di potenza le tecnologie falliche – come le forme di produzione del tardo-capitalismo – dominano ancora il campo dei conflitti di potere. Hai goduto senza immaginarti quella parte di donne che da tempo si sono davvero staccate dalla tua costola, e quindi senza domandarti se loro si siano divertite come te mentre si vedevano fatte carne da macello.

Sono d’accordo: le donne (mi correggo: alcune donne) non si divertono affatto come gli uomini guardando il film. In altre parole: è un film per maschi, che si rivolge al maschile dominante. E finisce per strizzargli l’occhio, anziché fare domande.

Non a caso, infatti, c’è anche un sacco di omosocialità e omoerotismo, per lo più inconsapevole. L’omosessualità maschile nel film, poi, meriterebbe un’analisi a parte.

Alla fine, e lo dico come provocazione, non si coglie chiaramente come, e in che misura, l’operazione di Scorsese nel rappresentare corpi oggettificati sia diversa da quelle che fanno, per dire, i fratelli Vanzina. Visto che il rapporto col femminile e col sesso era così centrale nella vicenda, il vecchio Scorsese avrebbe potuto trattarlo diversamente, da una prospettiva meno tradizionale, per dire qualcosa di nuovo, per problematizzare. Bei tempi, quelli di Taxi Driver.