Replicare la violenza. Una critica femminista alle campagne mediatiche sulla violenza maschile contro le donne.

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“Queste campagne in fondo trattano soltanto di una superpotenza attribuita agli «uomini»; una potenza che viene presentata come caratteristica di corpi maschili raramente mostrati, raramente messi in scena, tranne che nella messa in scena dell’efficacia, della brutalità e della liceità dei loro colpi.”
[dal blog #Manastabal]

Manastabal

01 patriarcado genocidio

Negli anni Settanta soltanto le femministe parlavano di violenza maschile contro le donne come di un problema politico. Torneremo in futuro sulla questione, con alcuni approfondimenti mirati. Quello che ora preme evidenziare è che i cambiamenti intervenuti da allora su questo fronte non sono, evidentemente, il risultato di una transizione verso costellazioni sociali post-eteropatriarcali. Essi dipendono soprattutto dal fatto che l’istituzionalizzazione del problema ha moltiplicato i soggetti autorizzati del discorso, alterando profondamente i connotati di quest’ultimo. Si pensi soltanto alla produzione delle immagini che sfilano nelle campagne pubblicitarie ideate per “sensibilizzare” l’opinione pubblica sul tema della violenza contro le donne. Lo spazio della rappresentazione è stipato di corpi di donne rannicchiate in posizione fetale, di volti femminili tumefatti, di gesti imploranti abbozzati al colmo della disperazione: sembra che nient’altro possa prendervi posto. Quasi sempre fuori campo, invece, gli aggressori: rinviati in questo modo a un’indeterminata potenza offensiva di cui si…

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Marciate in quanto femministe, non in quanto donne

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incroci de-generi

yes-we-can

All’indomani della Women’s March on Washington di contrasto all’insediamento del presidente Donald Trump, pubblichiamo la traduzione di due interventi di Yasmin Nair, membra e responsabile editoriale di Against Equality, queer challenges to the politics of inclusion, uno pubblicato su Versobooks  e l’altro sul blog personale dell’autrice. La portata e la rilevanza, anche mediatica, della marea rosa (sic!) non può infatti rimuovere le numerose criticità della manifestazione, priva di un’agenda femminista e costruita su slogan di matrice neoliberale, che si pongono in continuità con il processo di depoliticizzazione e di addomesticamento del femminismo attuato dall’Onu a partire dagli anni Settanta

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La vittoria del matrimonio gay non riguarda l’uguaglianza

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una diversa prospettiva statunitense – queer radicale
(attenzione, potrebbe urtare alcune sensibilità gay&lesbian)

Queer up!

originale qui, traduzione di Agnes Nutter e feminoska, revisione di Jinny Dalloway. Buona lettura!

L’attivista queer Yasmin Nair sostiene che la lotta per il matrimonio gay sia stata guidata da un movimento elitario e conservatore – 26 giugno 2015

La dott. Yasmin Nair è una scrittrice, attivista, accademica e commentatrice freelance di Chicago. È co-fondatrice del collettivo editoriale Against Equality (“Contro l’uguaglianza”) e componente di Gender JUST, un’organizzazione di attivismo radicale di base di Chicago. Figlia bastarda della teoria queer e del decostruzionismo, Nair ha al suo attivo numerosi saggi critici e recensioni editoriali, è fotografa e scrive come opinionista e giornalista investigativa. Ha pubblicato, tra gli altri, su These Times, Montlhy Review, The Awl, The Chicago Reader, GLQ, The Progressive, make/shift, Time Out Chicago, The Bilerico Project, Windy City Times, Bitch, Maximum Rock’n’Roll, e No More Potlucks.

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Omonormatività: che cos’è, e perché danneggia il nostro movimento

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homonationalism

“ci rifiutiamo di festeggiare mentre altr* soffrono”

Queer up!

Omonormatività: che cos’è, e perché danneggia il nostro movimento

Laura Kacere – tr. it. Jinny Dalloway & Agnes Nutter

L’ “omonormatività”, un fenomeno che esiste da molto prima del termine stesso, è considerato da molte persone qualcosa di distruttivo per il movimento dei diritti queer e per la comunità queer nel suo complesso.

“Omonormatività” è un termine che riguarda i problemi legati al privilegio che vediamo nella comunità queer di oggi, e che si intersecano con il privilegio delle persone “bianche”, con il capitalismo, il sessismo, la transmisoginia e il cisessismo, tutti elementi che finiscono per escludere molte persone dal movimento per uguali diritti e una maggiore libertà sessuale.

Quindi, cosa vuol dire e, soprattutto, come si manifesta l’omonormatività nelle nostre vite quotidiane?

Innanzi tutto, prendiamo in esame la sua controparte, l’ “eteronormatività”. E’ un termine che analogamente descrive il valore attribuito alla sessualità “normale”, che vediamo nella nostra cultura…

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C’è un motivo se il matrimonio omosessuale vince mentre il diritto all’aborto perde

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Mentre si celebrano le conquiste del diritto al matrimonio egualitario, ecco la tagliente analisi critica di Katha Pollitt su The Nation. Una prospettiva statunitense perfettamente valida anche per l’Italia.

L’originale qui. Traduzione di jinny dalloway e agnes nutter.

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Perché i diritti riproduttivi perdono e i diritti omosessuali vincono? Il tentativo fatto dallo stato dell’Indiana di far passare l’opposizione al matrimonio omosessuale sotto le spoglie della libertà religiosa ha provocato un’immediata reazione critica in tutto il paese. Nel frattempo, però, la Corte Suprema ha permesso ai datori di lavoro, per motivi religiosi, di negare l’assicurazione medica che riguarda la contraccezione – non l’aborto, la contraccezione – alle lavoratrici. Ci sono nuove leggi che stanno costringendo le cliniche che praticano aborti a chiudere; e ciò che è più assurdo, a poco a poco in ogni stato [degli USA], si stanno facendo passare persino delle restrizioni pericolose dal punto di vista medico.

A parte i casi in cui i media riportano qualche affermazione delirante di un Todd Akin o di un Richard Mourdock [repubblicani anti-abortisti], dov’è lo sdegno dell’opinione pubblica nazionale? La maggior parte degli americani sono pro-choice [a favore dell’aborto legale], più o meno; solo una piccola minoranza vuole l’abolizione dell’aborto legale. Se si pensa, poi, che in media una donna su tre avrà avuto almeno un aborto prima di raggiungere la menopausa, e che la maggior parte di queste donne ha avuto genitori, partner, amiche/i – qualcun* – che le ha aiutate ad ottenerlo, la reazione tiepida di fronte all’attacco alle leggi sull’aborto in senso restrittivo deve includere molte persone che hanno beneficiato esse stesse della possibilità di un aborto sicuro e legale.

I media presentano il matrimonio egualitario e i diritti riproduttivi come questioni di una “guerra culturale”, come se in qualche modo esse camminassero insieme. Ma forse non sono tanto simili quanto pensiamo. Ecco alcune distinzioni:

Il matrimonio egualitario riguarda l’amore, il romanticismo, il coinvolgimento in una coppia, mettere su casa, farsi una famiglia. La gente ama! Ama! Ma il matrimonio egualitario significa anche legare l’amore ai valori della famiglia, allargare un’istituzione conservatrice che ha già perso molto del suo potere coercitivo sulla società e che per milioni di persone è diventata solo un’opzione. (Il matrimonio egualitario dunque segue la legge di Pollitt: le persone marginalizzate ottengono l’accesso quando qualcosa è diventato di minor valore, ecco perché oggi le donne possono essere critiche d’arte e le persone afroamericane vincono premi di poesia). Lungi dal costituire una minaccia al matrimonio, come sostengono gli oppositori religiosi, consentire alle persone omosessuali di sposarsi dà all’istituzione un aggiornamento di cui ha molto bisogno, e fa in modo che le persone LGBT non rappresentino una minaccia per lo status quo: anziché dei pedofili promiscui e insegnanti di ginnastica single, i gay e le lesbiche sono i vostri vicini che comprano i mobili da Ikea e fanno il barbecue in giardino.

I diritti riproduttivi, al contrario, riguardano il sesso – la libertà sessuale, l’opposto del matrimonio – in tutto il loro splendore caotico e incontrollato.

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Sostituiscono l’immagine della donna casta, della madre che si sacrifica e che dipende dall’uomo con quella della donna indipendente, che ha rapporti sessuali e probabilmente nessuna voglia di sacrificarsi. Non importa che la contraccezione sia indispensabile per la vita moderna, che l’aborto preceda di migliaia di anni la rivoluzione sessuale, che un sacco di donne che abortiscono sono sposate o che la maggior parte (60%) di loro siano già madri. La contraccezione e l’aborto permettono alle donne – e, in misura minore, agli uomini – di fare sesso senza punizione, ovvero ciò che viene chiamato anche “responsabilità”. E la nostra cultura puritana risponde: “dovrai pagare per quel piacere, sgualdrina”.

Il matrimonio omosessuale è presentato come voluto dagli uomini. Le coppie lesbiche costituiscono la maggior parte dei matrimoni omosessuali, ma la stessa espressione “matrimonio gay” lo fa apparire come un tema di interesse maschile. Ciò lo rende una cosa di interesse per tutti, perché tutto ciò che è maschile è di interesse generale. Sebbene molte persone che hanno combattuto per il matrimonio omosessuale siano attiviste e avvocate lesbiche, gli uomini gay hanno parecchio potere sociale ed economico, e lo hanno usato in maniera efficace per far diventare la causa un fatto mainstream.

I diritti riproduttivi, invece, hanno a che fare, inevitabilmente, con le donne. La misoginia diffusa ovunque significa che non solo quei diritti siano stigmatizzati – insieme alle donne che li esercitano – ma che gli uomini non li vedano poi come chissà quanto importanti, mentre le donne hanno un potere sociale limitato per promuoverli. E questo potere è messo facilmente in pericolo da un’identificazione troppo forte con qualunque cosa non sia la versione più blanda del femminismo. Non ci sono amministratrici delegate di grosse compagnie a versare milioni per i diritti riproduttivi o a minacciare di trasferire la propria azienda se uno stato smantella l’accesso all’aborto. E tranne poche eccezioni, anche le vip più famose si tengono ben alla larga dalla questione.

Il matrimonio egualitario interessa tutte le classi sociali. Chiunque può avere un* figl* LGBT, e ogni genitore di qualsiasi appartenenza politica vuole, com’è ovvio, che i/le propri/e figl* abbiano le stesse opportunità di tutt* gli/le altr*. Allo stesso modo, qualsiasi donna potrebbe trovarsi ad aver bisogno di abortire, ma forse non tutte se ne rendono conto. Se si punta solo a migliorare le pratiche di controllo delle nascite, ciò significa che le donne benestanti e istruite potranno controllare molto bene la propria fertilità con l’aiuto di un medico privato – certamente meglio delle donne che si affidano alle strutture pubbliche – e che potranno abortire se ne avranno bisogno. Sono le donne con reddito basso ad essere pesantemente danneggiate dalle restrizioni sull’aborto – e da quando in qua i loro problemi sono in cima alla lista di priorità delle classi medie e alte?

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Il matrimonio egualitario non costa nulla alla società e non toglie potere a nessuno. Nessuno è stato in grado di sostenere in modo convincente che il matrimonio gay danneggi in qualche modo il matrimonio etero. Invece i diritti riproduttivi hanno un costo: si deve prevedere inevitabilmente un finanziamento pubblico. (“Se vuoi divertirti, divertiti, ma non chiedere a me di pagare il conto” ha dichiarato un legislatore del New Hapshire nel tentativo di tagliare i fondi sulla contraccezione). Inoltre, la contraccezione e l’aborto conferiscono potere alle donne e lo tolgono ad altre persone: i genitori, i datori di lavoro, il clero e gli uomini.

Col matrimonio egualitario nessuno ci perde. Ma molte persone, incluse quelle che si definiscono pro-choice, credono che con l’aborto qualcun* perda: l’embrione o il feto. Devi avere una considerazione altissima delle donne per stare dalla parte della donna incinta, con tutte le sue inevitabili complessità e manchevolezze, anziché dalla parte della potenzialità, così pura, del/la futur* bambin*.

Il matrimonio egualitario è una cosa meravigliosa, un importante diritto civile che conferisce dignità a un gruppo di persone che prima ne era escluso. Nel corso del tempo, esso potrà incidere in qualche modo sulle convenzioni di genere del matrimonio eterosessuale, ma non porterà alcun cambiamento fondamentale nella nostra organizzazione sociale ed economica. I diritti riproduttivi, invece, sono inevitabilmente collegati al più ampio progetto del femminismo, che ha già destabilizzato ogni ambito della vita, dalla camera da letto alla sala riunioni del consiglio di amministrazione. Che cosa potrebbero esigere le donne, che cosa potrebbero realizzare, come potrebbero scegliere di vivere, se ogni donna avesse figli solo quando, e se, li vuole? Dire che questa sarebbe una “guerra culturale” è dire poco.

pro-choice

I massoni scoprono il genere (umano). Sul Convegno ‘Violenza di genere’ organizzato dalla massoneria catanese il 21/03/2015

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eyes3Se massoneria e genere sembrano una strana accoppiata, è perché, come ci avverte un loro membro onorario di sesso femminile, “spesso si ha una visione distorta legata a stereotipi”. Se le donne sono escluse dal Tempio è solo perché loro sono “tradizionalisti, ma non nel senso di reazionari”. Lasciamoci dietro, dunque, quei luoghi comuni mistificanti alla Eyes Wide Shut: i massoni oggi sono degli imprenditori che fanno tanta beneficienza, senza pubblicità. Come loro stessi dichiarano, ormai “i liberi muratori sono usciti dalle catacombe e con orgoglio costruiscono strade di incontro e azioni responsabili nella società”. In quanto benefattori, il 21 marzo a Catania, in una prestigiosa biblioteca storica, hanno scelto un oggetto nuovo per la loro beneficienza: le donne.

La locandina che annuncia il Convegno, con un dipinto di un artista locale, raffigura una mostruosa piovra gigante nell’atto di stritolare, con uno dei suoi tentacoli, una donna accasciata a terra (chissà se l’analogia col tentacle erotica giapponese è riferimento occulto o sfortunata casualità).

Il sottotitolo del Convegno è: “parole di una questione femminile”.

In sintesi: la violenza sulle donne viene cancellata come tema di lotta femminista e trasformata in un’occasione per diffondere un discorso assistenzialista-buonista, liberal-borghese, che produce ‘vittimità’ – il femminile come categoria debole bisognosa di soccorso e carità dall’alto. In modo più esplicito rispetto a quella prodotta, sempre a Catania, da certe non-femministe per vendere cd, anche questa costruzione discorsiva del femminile sarà utile a non intaccare, e al contrario a sostenere, strutture e rapporti di potere esistenti.

Le cause della violenza, guarda caso, sono ridotte a una non meglio precisata ‘mancanza di cultura’ o a un neutro problema di ‘rapporti Umani’. E infatti, con un’audace ri-semantizzazione del termine ‘genere’ che diventa ‘genere Umano’, sin dall’inizio prevale un’ossessiva retorica dell’Umanesimo, quella del maschile universale neutro: libertà, rispetto, cultura. Insomma, i valori dell’Uomo. Ovvero, com’è scappato di bocca all’ultimo relatore: “Uomo anche in senso ampio”. Che comprende, in fondo in fondo, anche la donna. Però, senza esagerare: lo stesso massone, intervistato qui, auspica campagne di sensibilizzazione nelle scuole “a favore del genere umano, non solo del genere femminile!”

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C’era in effetti una gran maggioranza di “genere umano” tra il pubblico: età media 50-60 anni, abbigliamento formale, qualche spilletta sul bavero. Baci, braccia intorno alle spalle, chiacchiere all’orecchio, un tripudio di omosocialità. Mai visti tanti maschi insieme a un evento con la parola “genere” – neanche al gay pride.

Saluti delle istituzioni: un assessore (del PdCI) porta i saluti del Sindaco Bianco e ci rassicura su quanto l’Amministrazione sia sensibile al problema: ha già adottato un provvedimento sulla censura delle pubblicità sessiste che, a suo avviso, sono legate alla violenza e alla ‘volgarità’. Non una parola sui finanziamenti ai centri antiviolenza, il grande convitato di pietra del Convegno.

L’ospite invitata da fuori, la giornalista Cristina Obber, in questo contesto pareva, suo malgrado, la reincarnazione di Valerie Solanas: ha pronunciato, tra la costernazione generale, parole tabù: “potere”, “femminicidio” e “valorizzare i centri anti-violenza”. L’evento, peraltro, non prevedeva dibattito e gli unici interventi erano ‘programmati’ come da locandina.

Dopo che la moderatrice massonica ci ha riportato il contenuto della Treccani (sic) alla voce ‘genere’, e ci ha informate che “spesso le donne non vengono uccise dall’orco, ma dal marito”, ci ha consigliato di “andare oltre la nostra appartenenza al sesso-Uomo o al sesso-Donna perché il dolore appartiene a ognuno di noi”.

Ma di dolore, in particolare di martirio femminile, ne sa anche di più l’altro ospite, autore di un libro appena uscito (venduto all’entrata) che racconta aneddoti tragici, non sempre collegati alla violenza di genere (infatti parliamo del genere umano), di donne discriminate, torturate o uccise in tutto il mondo. Per esempio l’assassinio della giornalista russa Politkovskaya che l’autore vuole vedere come quello di “una mamma normale che fa la spesa”. C’è anche un tocco di retorica neoimperialista, con le storie (di per sé interessanti) di spose bambine costrette a matrimoni forzati in Iraq e in Afghanistan. L’interesse da parte maschile per questi argomenti viene definito “sensibilità”.

E’ poi la volta del massone armiere che lamenta “la grandissima difficoltà a relazionarsi con l’altro in una dimensione Umana”. Il problema infatti è che “quando viene meno il dialogo, allora si manifesta la violenza” (se non lo sa lui che vende pistole…). La soluzione? “Una forte carica di Umanità è la medicina di cui ha bisogno questa nostra società malata!” Qui il video (dal min. 1,30).

Rari lampi di luce si accendono a sorpresa con un paio di relatori, un medico che critica la distinzione tra ‘donne per bene’ e ‘donne per male’, e un altro che tenta di spiegare che genere non equivale a donne, tra gli sguardi smarriti degli altri relatori.

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A conclusione, ben due interventi di massoni ci svelano un misterioso segreto alchemico: “non esiste un’altra metà del cielo, il cielo è uno solo… sono Sole e Luna che sono diversi ma si compenetrano, poiché l’uno è necessario all’altro”.

Viva l’Uomo! (anche in senso ampio…)

Sulla satira – di Joe Sacco

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Una vignetta ‘metavignettistica’ di JOE SACCO
L’originale su The Guardian del 9 gennaio
Traduzione di Jinny Dalloway e Agnes Nutter – grafica di Agnes Nutter

Queer up!

Questa vignetta è già comparsa sul n. 1085 di Internazionale (quello col meraviglioso reportage a fumetti di Zerocalcare dal confine Turco-Siriano) tradotta da, credo, Marina Astrologo.

Quella che riporto qui sotto è invece la versione che ne avevamo fatto io e Jinny Dalloway giusto il giorno prima dell’uscita di Internazionale in edicola. Ci dispiaceva aver lavorato “per niente” e quindi la proponiamo comunque. Buona lettura!

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Charlie Hebdo e l’ipocrisia delle matite

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[Traduzione dal giornale australiano ‘Redflag’ – Newspaper of Socialist Alternative]

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E’ stato Mark Knight, vignettista dell’Herald Sun, la goccia che per me ha fatto traboccare il vaso.

A dire il vero, Knight non ha tutta la colpa. Se non fosse stato per tutta la psicosi che l’ha preceduto, avrei probabilmente liquidato la sua vignetta come l’ennesima bruttura dell’Herald Sun: l’avrei vista più come una prova dell’assurdità di Murdoch, su cui fare dell’ironia, che non come la causa scatenante della mia indignazione. Ma il contesto è tutto. Dopo giorni di ciarle ipocrite sulla libertà di parola e gli illuministici valori della civiltà occidentale, la sua vignetta è stata “quella di troppo” sulla “guerra delle matite”.

La vignetta in questione rappresenta due uomini, terroristi Arabi, mascherati e armati (c’è qualche altro tipo di Arabo?) sotto una grandine di oggetti simili a bombe che piovono sulle loro teste. Solo che le bombe non sono bombe. Sono biro, penne e matite. Capito? Di fronte all’ideologia medioevale che capisce solo il linguaggio delle armi, l’Occidente – l’eroico Occidente ispirato dall’Illuminismo – risponde riaffermando il suo impegno a resistere alla barbarie con le armi delle idee e della libertà d’espressione.

E’ un racconto esaltante, ripetuto ad nauseam nei giornali di tutto il mondo: tutti pieni di descrizioni di matite spezzate, ri-temperate per combattere ancora, o di editoriali che proclamano che sconfiggeremo il terrorismo rifiutandoci di smettere di fare satira sull’Islam.

E’ arrivato il momento di dire che queste sono idiozie. La vignetta di Knight rende la cosa estremamente chiara, ma ogni immagine che ha richiamato l’idea che la cultura occidentale potrebbe e vorrebbe difendere sé stessa dall’estremismo islamico conducendo una battaglia di idee ha svelato la stessa amnesia storica e politica.

La realtà non potrebbe essere più lontana da questa ridicola storia.

Negli ultimi quindici anni, gli Stati Uniti, sostenuti a vario livello dai governi di altri stati occidentali, hanno fatto piovere violenza e distruzione sul mondo arabo e musulmano, con una ferocia che ha pochi paragoni nella storia della guerra moderna.

Non sono state penne e matite – men che mai le idee – a devastare l’Iraq, Gaza e l’Afghanistan e causare centinaia di migliaia di morti. Non dodici. Centinaia di migliaia. Ognun* con storie, vite, famiglie. Dieci milioni di esseri umani che hanno perso amici, parenti, case e hanno visto il loro paese lacerato.

Per le vittime dell’occupazione militare. Per la gente rintanata nelle case a sopportare l’oppressione dei bombardamenti sull’Iraq con la tecnica dello “shock and awe” (colpisci e terrorizza). Per chi ha avuto il corpo sfigurato dal fosforo bianco e dall’uranio impoverito. Per i genitori di chi è scomparso nelle celle di tortura di Abu Ghraib. Per tutti costoro, che cos’è, se non una crudele beffa, l’affermazione che la civiltà occidentale combatte le sue guerre con la penna e non con la spada?

E questo, per parlare solo delle atrocità più recenti. Non consideriamo nemmeno il secolo e più di politiche coloniali dell’Occidente che, col ferro e col sangue, ha consegnato la popolazione del mondo arabo (salvo rare eccezioni) alla povertà e alla disperazione.

Per non parlare del brutale regime del colonialismo francese in Algeria e la sua prontezza nell’assassinare centinaia di migliaia di algerini e persino centinaia di cittadini franco-algerini, nel tentativo di conservare i resti dell’Impero. Lasciamo da parte l’incessante povertà, la ghettizzazione e la persecuzione sopportata dalla popolazione musulmana di Francia, che è principalmente di origine algerina.

La storia del rapporto dell’Occidente con il mondo musulmano – una storia di colonialismo e imperialismo, di occupazione, soggiogazione e guerra – grida la sua protesta contro la bizzarra idea che i “valori occidentali” implichino il rifiuto della violenza e del terrore come strumenti politici.

Certo, anche la penna ha avuto il suo ruolo. Le penne che firmarono gli infiniti Patriot Acts, le leggi antiterrorismo e le altre misure legislative che hanno rafforzato la capacità vessatoria della polizia e limitato i diritti civili. Le penne di editorialisti che diffondono isteria, giorno dopo giorno, rafforzando il pregiudizio anti-musulmano e trasformando le persone in stranieri nel loro stesso paese. Però le penne dei giornalisti sono state forti non in virtù della loro intelligenza o ragionevolezza, ma nella misura in cui sono state al servizio dei potenti e delle loro armi.

Se si guarda questo contesto, non solo si svela l’ipocrisia di coloro che creano il mito di un Occidente illuminato che difende la libertà di parola, ma si arriva anche alla prevedibile e inevitabile conseguenza della risposta attraverso tremendi atti di terrorismo. Certo non sapremo mai cosa passasse per la mente dei tre uomini che hanno commesso queste ultime atrocità. Ma è il massimo dell’ipocrisia astorica ignorare il contesto – sia recente che sul lungo periodo – in cui questi attacchi hanno avuto luogo.

L’idea che l’indignazione dei musulmani di fronte alle spregevoli raffigurazioni delle loro icone religiose possa essere considerata separatamente dalla persecuzione subita in Occidente e dall’invasione e occupazione dei Paesi islamici è frutto di una completa incapacità di immedesimarsi nell’esperienza di sistematica e continua oppressione che è stata vissuta.

Ciò che è straordinario, se si considera anche solo superficialmente la storia recente, non è che questo terribile episodio sia avvenuto, ma piuttosto che eventi simili non capitino più spesso. Che sia solo un’esigua minoranza che ricorre a tali atti, a fronte di infinite provocazioni, è una grande prova del tollerante umanesimo della popolazione musulmana nel mondo.

Nei prossimi giorni, un ormai stanco ed estenuante teatro dell’assurdo continuerà a recitare i suoi inevitabili atti. I politici occidentali che incarcerano i propri dissidenti e controllano ogni movimento dei loro cittadini si abbandoneranno a voli pindarici sulla libertà di pensiero. I leader musulmani di ogni posizione continueranno a denunciare un terrorismo con cui non hanno nulla a che fare e a loro volta verranno denunciati per non averlo fatto abbastanza spesso o con abbastanza forza. La destra attaccherà la sinistra in quanto simpatizzante del terrorismo islamico ed esigerà che ripetiamo all’infinito l’ovvia verità che i giornalisti non devono essere uccisi per aver espresso le proprie opinioni. Esigerà anche di accettare l’idea che i bianchi occidentali, e non i musulmani, sono le vere vittime di quest’ultimo dramma politico.

Intanto, se i musulmani in Occidente avranno il coraggio di camminare per le strade, lo faranno con la paura di inevitabili rappresaglie. E non sono le matite, ciò di cui avranno paura.

 

Charlie Hebdo: l’attacco non c’entra con la libertà d’espressione, c’entra con la guerra

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[Traduzione di un articolo di Asghar Bukhari, attivista e commentatore politico musulmano di nazionalità anglo-pakistana fondatore dell’MPAC-UK (Muslim Public Affairs Committee, UK]

L’estremismo porta all’estremismo … Calmiamoci tutti, deponiamo le armi, e parliamo.

Meno di un’ora dopo la terribile sparatoria che ha coinvolto 12 persone della redazione del giornale francese Charlie Hebdo, i politici hanno già iniziato a dire menzogne al loro pubblico.

John Kerry, Segretario di Stato USA ha dichiarato che “la libertà di espressione non può essere uccisa da questo atto terroristico”.

I media hanno seguito a ruota questa retorica – l’attentato viene raccontato come un attacco alla “Libertà di Parola”. Quel valore prezioso che è tanto caro all’Occidente.

Il governo britannico ha avuto tanto a cuore questo valore da approvare leggi che richiedono alle maestre delle scuole elementari di spiare i bambini musulmani, perché di questo valore ne avevano anche troppo: i bambini dovevano essere ‘liberi’ di parlare purché esprimessero pensieri in accordo con la politica del governo del Regno Unito.

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Macchina per ‘la libertà di espressione’. Cerca gente che non ha abbastanza libertà di espressione per dargliene un po’.

Tuttavia, non era ancora una misura tanto draconiana quanto le costanti vessazioni operate da parte dei governi occidentali su coloro che si ritiene parlino un po’ troppo liberamente. Chiedetelo a Moazzam Beg, ex detenuto di Guantanamo Bay e attivista per i diritti umani, che è stato falsamente accusato di terrorismo e imprigionato per mesi, dopo essere rientrato dalla Siria con le prove inconfutabili della complicità della Gran Bretagna nella tortura praticata nel mondo musulmano.

Oppure al giornalista di Al-Jazeera Abdulelah Haider Shaye, incarcerato in Yemen per ordine degli Stati Uniti per avere riportato il genere “sbagliato” di notizie.

La amano così tanto, la libertà di espressione, che continuano a spiare chiunque, a intercettare le loro telefonate e ad arrestare le persone perché non hanno il tipo giusto di notizie, oppure, come ha scoperto Edward Snowden – perché hanno quello giusto!

Ipocritamente, persino quelli di Charlie Hebdo, la rivista al centro della controversia, ‘campioni della libertà di espressione’ avevano licenziato un giornalista nel 2009 per avere fatto dei commenti antisemiti.

L’ipocrisia dei commentatori francesi ha elevato questa assurda menzogna a nuovi livelli. Quest’anno un rapper francese sarà processato per ‘oltraggio allo Stato francese’. Avete sentito nessun grido di protesta su questo? Io neanche. Puoi attaccare il Profeta dei musulmani, OK – ma lo Stato francese, NO!

Ma non è solo lo stato francese che non si può criticare, non puoi criticare neanche i suoi alleati! La Francia, quel baluardo della libertà, è diventato il primo paese al mondo a rendere illegali le manifestazioni a sostegno delle vittime di pulizia etnica in Palestina.

A quelli che, leggendo questo, stanno pensando ‘sì, ma questi giornalisti sono stati uccisi, è diverso!’ – vorrei ricordare la complicità dell’Occidente nell’assassinio di 17 giornalisti, insieme a 2500 donne, uomini e bambini a Gaza, da parte di Israele, meno di un anno fa, o l’assassinio premeditato di giornalisti di Al-Jazeera da parte delle forze statunitensi in Iraq.

 Due pesi e due misure. Una regola per loro e un’altra per i musulmani. Quel grande e tanto amato principio dell’Occidente che i musulmani non comprendono.

Come al solito, non c’è stata alcuna analisi approfondita da parte dei media. Il pubblico è rimasto in preda allo shock e alla rabbia senza nessuna reale risposta.

La narrazione egemonica, quella dell’elite, è semplice: una rivista di sinistra ha pubblicato ‘vignette satiriche’ su tutte le religioni e su tutti i politici, di cui alcune sul Profeta dell’Islam – e solo i musulmani si sono sentiti offesi (sottinteso: perché la loro religione barbara e reazionaria è intollerante ed estranea a noi).

Il ragionamento sembra abbastanza sensato… se vivete nella torre d’avorio della borghesia bianca – purtroppo i musulmani di solito non godono di questo lusso.

Fatemelo spiegare da un punto di vista diverso, un punto di vista che i musulmani vedono anche troppo chiaramente.

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Si sta solo scherzando! E si scherza anche sui bianchi!

Negli anni ’30 in America quando i bianchi bruciavano i neri e li appendevano agli alberi, i bianchi potevano usare la stessa argomentazione. Dopo tutto, c’erano vignette umoristiche anche sul Presidente! Tuttavia, pubblicare vignette offensive sui bianchi che controllavano le strutture di potere non era la stessa cosa che demonizzare la gente nera – un gruppo subalterno e senza potere.

Le immagini che ritraevano i neri come stupidi, violenti, sfaticati, ladri, simili a scimmie, sostenevano una realtà politica – e l’insieme di quelle immagini rafforzava i pregiudizi di chi deteneva il potere e rendeva subalterni i neri.

Lo stesso vale per gli ebrei nella Germania nazista. Immaginate  la stessa argomentazione falsa e contorta se usata dai nazisti: un giornale tedesco poteva nascondersi dietro l’affermazione che, tanto, prendeva in giro anche i tedeschi? E quindi era ingiustificato che soltanto gli ebrei se la prendessero tanto! Dopo tutto, i tedeschi non si lamentavano quando venivano presi in giro – erano quegli ebrei arretrati e la loro religione basata sull’avidità a non capire la libertà di espressione!

Ai bianchi non piace ammetterlo, ma quelle vignette sostengono i loro pregiudizi, il loro razzismo, la loro supremazia politica e – comunque la si voglia mettere – immagini come quelle sostengono un ordine politico fondato sulla discriminazione.

Nella Francia di oggi i musulmani sono un gruppo subalterno e demonizzato. Sono persone denigrate e sotto attacco da parte delle strutture di potere. Gente con poco o nessun potere, e queste vignette spregevoli hanno reso peggiore la loro vita e acuito il pregiudizio razzista contro di loro.

Persino i liberali bianchi hanno agito in base a un forte pregiudizio. E’ come se la gente bianca avesse il diritto di offendere i musulmani, e i musulmani non avessero nessun diritto di sentirsi offesi? La differenza è che, quando erano i bianchi a essere offesi, loro avevano lo stato, l’industria dei media e i gruppi violenti di destra per affermare le loro ragioni – i musulmani non avevano nulla.

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Dopo la presa di potere del dittatore egiziano che iniziò a sparare sui musulmani dissidenti, il giornale titolò ‘Il Corano è m***a, non ferma i proiettili’ – immaginate se un giornale musulmano facesse ora un titolo simile su di loro – sarebbe sempre divertente?

Adesso qualche giornalista bianco di destra (o qualche sionista) mi accuserà di stare giustificando l’assassinio. – Certo, perché, se sei musulmano, spiegare le cose equivale a giustificarle, no?!

La verità è che questo orribile attentato non può essere spiegato in un vuoto, avulso dal contesto nel quale è avvenuto. Deve essere visto attraverso la prospettiva degli eventi che stanno accadendo nel mondo. Con lo sguardo chiaramente rivolto alle guerre in atto dalla Palestina al Pakistan.

Una visione generale che si va diffondendo nel mondo musulmano è che l’Occidente sia in guerra con loro: i propagandisti occidentali dicono che questo convincimento sia dovuto all’azione dei predicatori d’odio –  e non certo alle bombe, che sul solo Iraq sono state più di tutte quelle usate nella prima e nella seconda guerra mondiale insieme.

Questa rabbia che si diffonde nel mondo musulmano si sta radicando nella coscienza di milioni di persone, rafforzata ogni giorno dai bombardamenti, dai rapimenti e dalle guerre che sono state provocate e portate avanti dall’Occidente. Queste politiche hanno fatto sì che molti musulmani abbandonassero l’idea di realizzare un cambiamento in maniera pacifica – ed ecco salire il numero degli uomini che imbracciano le armi.

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Non è l’uccisione di bambini musulmani che spinge i musulmani a prendere le armi – è solo che odiano la libertà di espressione – sì, sì, è così!

Queste immagini satiriche, quindi, si possono minimizzare come ‘uno scherzo’, come sicuramente i meno perspicaci faranno, oppure si possono vedere attraverso la prospettiva della guerra al terrorismo – un altro fronte della guerra contro l’Islam che ha mietuto tante vittime – e della demonizzazione che vi sta dietro.

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Lo stereotipo orientalista e razzista del barbaro musulmano privo di umorismo – in questa immagine il Profeta Maometto (la pace sia su di lui) – dice: ‘100 colpi di frusta se non morite dalle risate!’

Io sostengo che stiamo creando estremismi a non finire e lo abbiamo già fatto in maniera esponenziale, da quando abbiamo dichiarato questa infinita guerra al terrorismo. Le nostre politiche non fanno che irrigidire la visione su entrambi i fronti.

Per giustificare la continuazione di questa Guerra al Terrore, i politici devono seguitare a mentire al pubblico (con la complicità dei media mainstream) dicendo che la violenza musulmana è dovuta a Islamisti, estremisti, predicatori d’odio – la fata cattiva musulmana, o qualunque altra etichetta che porti la gente a pensare che il problema sia la fede e non il vero movente – la Guerra.

Questa falsa narrazione sta creando estremismo anche nelle comunità bianche, perché ora si crede che sia la religione musulmana a fare agire i terroristi in quel modo, come se vi fosse una pre-disposizione alla violenza da parte dei musulmani (si noti, intanto, l’emergere dei neo-fascismi in Europa). E naturalmente una pioggia di bombe continua a cadere – fa irrigidire le opinioni e crea estremismi nel mondo musulmano. Questi gruppi di persone si esprimono entrambi in modo rivoltante – è esattamente ciò che è avvenuto qui.

Dodici persone sono morte – perché il mondo che stiamo creando è basato su polarizzazioni rigide.

Le nostre bombe non lasciano molto spazio per ‘le libertà’, e così neanche le loro orrende azioni.

L’estremismo porta all’estremismo – è un’altra conseguenza del tipo di mondo che ci hanno lasciato Bush e Blair, e la nostra classe politica è determinata a mantenerlo così. Si può leggere di questo qui e qui.

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Attacco con i droni – un altro morto musulmano

I due fronti sono pronti a scontrarsi, a meno che non togliamo il piede dall’acceleratore, ma le nostre elite politiche non hanno il buon senso di farlo.

Una volta che le acque si saranno calmate, ci saranno altri attacchi a musulmani che camminano per strada, moschee bruciate, politici che introducono leggi repressive contro i musulmani, demonizzazione a tutto tondo da parte dei media, e la Francia, insieme al resto d’Europa, virerà a destra – confermando proprio ciò che questi musulmani credono – che l’Occidente li odia – e non avranno tutti i torti a crederlo.

Qualcuno più potente di me o di voi che leggete, nelle elite politiche, deve avere l’intelligenza e il buon senso di cambiare il ritornello che esalta la guerra e l’odio, rivedere le nostre politiche e avere il coraggio di dire:

‘Calmiamoci tutti, deponiamo le armi, e parliamo’.

Anche se mi sbagliassi, una cosa è certa – per porre fine a tutto ciò dobbiamo fare qualcosa di diverso, perché quello che stiamo facendo ora non sta funzionando.

 

Chi vuole discutere può trovarmi su twitter @AsgharBukhari

e facebook MPACUK (Muslim Public Affairs Committee)

 

[articolo originale qui]

 

 

 

 

La ragazza nuda usata come arma

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nazifemen

Traduzione collettiva con Agnes Nutter, Jinny Dalloway, Silvia Bauer, di un’analisi sull’uso della nudità come arma a fini reazionari, con particolare attenzione ai casi emblematici delle neonaziste Femen, delle filo-americane Pussy Riot e di Molly Crabapple, (per fortuna) misconosciuta in Italia.  L’originale, lievemente abbreviato nella parte inziale, qui. Buona lettura.

I media che consumiamo oggi vengono manipolati tanto cinicamente quanto quelli di un centinaio di anni fa: sono usati come armi contro la popolazione, ma adesso adottano nuove tecniche di marketing per vendere, promuovere e difendere l’imperialismo e il capitalismo. Questo non implica che non siano presenti ancora vecchie tecniche – esistono ancora corruzioni palesi come accettare soldi o regali – ma altre strategie non sono state ancora bene esaminate, né accuratamente condannate. Mentre sesso e razza sono ancora comuni come sempre nel culto di imperialismo e capitalismo da parte dei media, le nuove strategie neoliberiste di atomizzazione e…

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